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SALVATORE GIULIANO

 

il

bandito di Montelepre

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  (Montelepre, Palermo, 1922 - Castelvetrano 1950).

 Si diede alla macchia nel settembre 1943 per l'uccisione di un carabiniere, organizzando poi una banda di fuorilegge.

 Giuliano strinse anche rapporti con i separatisti siciliani, e il 1° maggio 1947, per incarico di gruppi mafiosi, organizzò il massacro di Portella della Ginestra. Fu ucciso a Castelvetrano, probabilmente dal suo braccio destro Pisciotta.

Salvatore Giuliano, nacque a Montelepre lunedi 20 novembre del 1922. Quel giorno si festeggiava a Palermo il francese Boillot: guidando una Peugeot aveva vinto la VI edizione della a Coppa Florio ». Al cinema Modernissimo veniva proiettato < A noi! >>: registi molto svelti avevano già pronta l'apologia di Mussolini. Il suo gabinetto aveva giurato venti giorni prima nelle mani del re.

Venuto alla luce a Montelepre, Salvatore Giuliano era stato concepito nella 75a strada di Brooklyn, in U.S.A. dove suo padre, Salvatore, era emigrato sedici anni prima. Giuliano senior (nato a Montelepre il 29 novembre del 1876) e sua moglie Maria Lombardo (anche lei di Montelepre, nata il 17 ottobre del 1889) avevano gia tre figli: Giuseppina, nata nel 1909, Giuseppe nato nel 1913 e Mariannina, nel 1920. Salvatore junior, detto Turi o Turiddu, ebbe un padre di 46 anni. una madre di 33. La differenza di età con i fratelli fu di 13, 9, 2 anni.

A Brooklyn, dunque, la famiglia Giuliano era giunta con le grandi ondate migratorie dell'inizio del secolo. Salvatore senior fece un po' di tutto: contadino, muratore, giardiniere, carrettiere. Lui sarebbe rimasto volentieri; ma in casa non ebbe mai voce in capitolo. Chi comandava era « lei >>, Maria Lombardo, più giovane del marito di 13 anni. Per lei quella americana era soltanto un'avventura e una parentesi; un mezzo per acquistare un po' di terra al sole sulle colline di Montelepre, mettere insieme un po' di grano, un po' di vino, un po' d'olio. Non erano, forse, d'origine contadine? contadini sarebbero rimasti. Per capire il rifiuto di Maria Lombardo bisogna ricordare la condizione dell'emigrazione italiana nello Stato di New York, in quegli anni. Si viveva in piccoli ghetti: isole italiane circondate da atolli irlandesi, neri, di varia estrazione europea. La condizione della donna immigrata, proveniente dal meridione italiano, era ancora più bassa rispetto alla plaga d'origine. La barriera della lingua pressoche insormontabile.

 Le comunicazioni con la Sicilia avventurose: una lettera, se andava bene, impiegava un paio di mesi per giungere a destinazione, dall'altra parte dell'Oceano. Pochi tagliavano i ponti con il paese nativo; i più li sollevavano soltanto; sgobbavano, soffrivano, ma speravano soltanto di tornare, per dimostrare a se stessi, ai parenti, agli amici, che quella vita, sacrificata al mito della America, era stata, in fondo, spesa bene. Quando, poi, ebbero il giusto gruzzolo di dollari da parte e decisero di rifare i bauli i Giuliano contavano molto sul « radioso » futuro d'Italia. Mussolini ne era già certo e lo garantiva.

 Maria Lombardo era, a 33 anni, una donna già sformata, appesantita da tre gravidanze, soprattutto dai molti disagi. Ma aveva occhi eccezionali: grandi, scuri, con una luce intensa con una piega che un momento avresti definito altera, un momento sprezzante. La sua personalità – perchè ne ebbe molta, a differenza del marito, un ometto anonimo – si manifestava proprio in quel lampeggiare dello sguardo. I suoi compaesani, però, non badavano troppo agli occhi. Con quella eccezionale capacità di individuare subito il tallone d'Achille, la chiamavano o la baffuta >>, per via della folta peluria che le scuriva il labbro superiore. E lei, quando era nervosa o adirata, lo arricciava impercettibilmente.Maria Lombardo quando sentì agitarsi una vita dentro fu felice: era segno del destino, benedizione divina alla decisione di tornare a casa. La vita nuova, che la attendeva tra le sue colline, sarebbe stata allietata da un nuovo figlio. Lei non aveva dubbi: sarebbe stato un maschio.

 Così fu ed ebbe il nome del padre. In famiglia non doveva esserci molta fantasia per i nomi: Maria la madre, Mariannina la figlia minore, come la nonna materna; Giuseppe uno zio e un nonno paterno, Giuseppe e Giuseppina gli altri due figli. Il quartogenito non fece eccezione alla regola. Fu battezzato il 3 dicembre del 1928 nella Chiesa di San Giuseppe, a Piazza Regina Elena, a Montelepre. Gli furono padrini Giovanni Sapienza e sua moglie Francesca Bono. Nel 1976 la famiglia Bono inviò dagli U.S.A. i quattrini necessari per ripristinare la facciata di quel tempio. Non sappiamo se per grazia ricevuta: avere, cioè, battezzato Turiddu, senza rimanere coinvolti, nè a Montelepre, nè dopo, emigrati a loro volta negli U.S.A., nelle terribili vicende di quel figlioccio. Anche volendo non è possibile in alcun modo nasconderlo.

 Maria era parziale: per Turiddu stravedeva. Perchè era bello, perchè era il più piccolo; perchè allevarlo, con due figlie femmine pin grandi, le era meno pesante; perchè si era manifestato dentro di lei. esaltandolo, in un momento di grande gioia: il ritorno a casa, alla dimensione del suo villaggio, dove a sera, stando seduti dinanzi l'uscio di casa, si può scambiare una parola con la vicina o con chi passa, nell'unica lingua conosciuta: il dialetto. Maria Lombardo per Turiddu stravedeva. Perchè in via Castrenze di Bella – dove la famiglia era andata ad abitare, dopo il ritorno – era il bambino più vivace, che dava segnali precoci di intelligenza, ma soprattutto di simpatia. E, nell'ordine delle preferenze materne, dopo il più piccolo veniva subito Mariannina. Anche lei una bella ragazza, anche lei, come Turiddu, aveva i tratti somatici dei Lombardo, non quelli dei Giuliano, caratteristici, di contro, per Giuseppe e Giuseppina.

 E questa preferenza materna influì anche sul rapporto che ben presto si instaurò tra Mariannina e Turiddu. Non solo perchè tra loro vi erano solo due anni di differenza. Giuseppina, la maggiore, fece anche lei da mamma per più piccolo di casa. Ma non vi fu mai un trasporto fuori dal comune. In casa Giuliano si formarono, per imperscrutabili pul-sioni, due partiti: la madre, Mariannina e Turiddu da una parte; il padre, Giuseppe e Giuseppina dall'altro. Turiddu andò a scuola a sei anni. Ebbe maestri e maestre, ma uno in particolare gli presto attenzione, ricambiata. Era un sacerdote di Castellammare del Golfo, padre Giacomo Caiozzi. Quando quel suo discepolo divenne famoso e famigerato lui disse: a che fosse sopra la media lo avevo subito capito. In quarta elementare estraeva radici quadrate in un battibaleno >>Turiddu scolaro con i numeri aveva dimestichezza. I numeri, trattati sulla pagina, sono certezze. Portano, se si seguono bene i procedimenti, a conclusioni ripetitive, sempre eguali. E se si sbaglia l'errore può essere localizzato, senza alternative possibili. Turiddu scolaro con ortografia, grammatica, sintassi ebbe, allora e negli anni a venire, un fatto personale.

 Combattè altra  pur se incruenta — guerra e la perdette. Più volte, in futuro, se ne sarebbe rammaricato; perchè capì sino in fondo l'importanza di comunicare» e fu costretto a ricorrere a continue mediazioni. (Un rapporto giudiziario del 1946 riferisce che Giuliano durante una rapina in una casa patrizia portò via anche un vocabolario d'italiano). Quando si esibiva in prima persona era un disastro. La parola, a differenza del numero era una trappola; conteneva una molteplicità di significati, che solo in parte la sua cultura contadina riusciva ad afferrare. L'ortografia, poi, più che palude gli appariva sabbie mobili. Sull'infanzia di Giuliano c'e la memorialistica di sua sorella Mariannina, pubblicata, in particolare, da Epoca; ci sono tracce e riferimenti significativi della pubblicistica degli anni cinquanta; ci sono, ancora oggi, i ricordi di chi lo ha conosciuto ed è stato stuzzicato dall'autore. E sono tutti, irrimediabilmente, viziati. Appaiono costruiti a posteriori, con il senno di poi; perchè a un " personaggio » mal si attaglia un'infanzia ordinaria.

 Per lui i superlativi si sprecano; i sentimenti buoni trionfano solitari; le passioni sono sempre ordinate e positive. Però bisogna pur dire che le fotografie dell'album di famiglia parlano bene di lui: rotondetto, grassottello a due anni, certamente belloccio. Ragazzo è già alto, slanciato, sprizza la salute di chi vive all'aria aperta e macina  chilometri. E lo sguardo è sempre pulito. Adulto e forte, di lineamenti marcati, di fronte spaziosa, di capelli folti e neri, pin alto del normale, sovrasta il padre e tutti i fratelli; le mani hanno dita lunghe, la bocca è carnosa, il naso sproporzionato. La sua storia aveva bisogno di un fisico adeguato, capace di garantirgli consensi e simpatie, elementari strumenti del mestiere di capo, senza dove-re sobbarcarsi a sforzi particolari. La natura glieli fornì Il « programma >> fu correttamente impostato.

 Oltre al sillabario, con e dopo i testi scolastici cosa lesse? Il ciclo epico dei paladini di Francia, libri d'avventura e, ci assicura sua sorella Mariannina, anche I promessi sposi. Se li lesse realmente non è dato sapere; e certo che ne riscrisse un capitolo, in onore di Mariannina  quando fu necessario ., E la Fede?  i suoi genitori erano credenti e praticanti; tra i suoi maestri c'era un sacerdote. La sua prosa si rivolge anche a Dio, lo chiama talvolta a testimone. Ma non si può proprio dire che giungano echi di risposta. Certo: qualche volta servì messa. In parrocchia, ragazzo, andava a giocare. Ebbe Fede, ma soprattutto in se stesso.

 E dubbio che abbia avvertito qualche bisogno di mediazione tra lui e Dio e talvolta – non di rado – fini anche per confondersi. Nel modo in cui dispense la morte fu un Dio truce,vendetta, che non avverte echi di pietà. In un certo momento della sua vita, non lunga (morì a 28 anni), Dio furono lui e il suo mitra quanti, trovandosi nei suoi paraggi, non lo adorarono furono tosto sacrificati: avessero tre, trentatrè o più anni. La più piccola vittima di Giuliano aveva infatti proprio tre anni. Fu uccisa *Per errore>>. «Errori>> tanto gravi in questa storia sono frequenti

.Quando fini le elementari cominciò ad andare con il padre e il fratello in campagna: aiutava. A sera frequenta il bar di paese e la sala da bigliardo. Quì con i pantaloni lunghi appena messi,amministrò per la prima volta giustizia: almeno così si racconta. Note un baro alle carte e gli ruppe, qualche giorno più tardi, una stecca in testa. E un compare del baro prese anche la sua parte di pugni.

Quando, anni più tardi, il giustiziere divenne « re >>, i due abbandonarono Montelepre. Chi emigrò in Argentina, chi, dimessosi da un impiego pubblico a Montelepre, lasciata la fidanzata, si trasferì a Palermo. Temevano di incontrarlo su un sentiero di montagna. Giuliano fece sapere in giro che erano due o stupidi >>. A sedici anni decise che il pane in cambio di dieci ore di schiena spezzata sul solco era amaro. Andò a lavorare prima per la S.G.E.S. (Societa Generale Elettrica Siciliana — oggi Bastogi) nella palificazione dell'energia elettrica, poi alla rete telefonica. A suo padre venivano a mancare due braccia? e lui, con una parte del suo salario, pagò un bracciante. I conti tornavano, ma era pin libero.

 Tendifili telefonico rimase solo pochi mesi; fu licenziato: voleva contare, nella squadra, quanto un anziano; uno, che per età, poteva essere magari suo nonno. Quando questo avvenne aveva già passato la visita di leva, chiedendo di essere arruolato. Aveva voglia, non paura di volare: lo fece in tutti e dieci gli anni seguenti; pur restando sempre con i piedi a terra; talvolta indossando una divisa, ma non era quella delle forze armate italiane. E con le donne? o Precocissimo » garantisce la solita Mariannina, che gli avrebbe trovato, ancora bambino, nella tasca dei pantaloni, una poesia dedicata a una ragazza del vicinato. E poi una Mariuccia, una Giovanna, una Giuseppina. E poi ancora una baronessa, o se si preferisce una o lezione » diversa, una principessa. Quando il suo destino lo sottrasse alla traiettoria anonima e indifferenziata rispetto a milioni di altre avventure umane parallele, aveva una Maria.

 Le aveva persino fatto la serenata, con il mandolino: sapeva toccare anche quelle corde; accompagnando una voce profonda, un po' gutturale. Lei, dopo il primo « fatto non volle più saperne di lui. Lui sostenne invece di avere restituito << la libertà» a lei. Maria prima emigrò negli U.S.A., quindi tornò e, per la regola del contrappasso, sposò un ... carabiniere. Ma non fu certo una pena d'amore a spingere lui a sparare su tutti i carabinieri che si trovò a tiro. Giuliano ebbe solo due donne che realmente contarono per lui: sua madre e sua sorella Mariannina.

 Il cordone ombelicale con la madre non fu mai spezzato sin quando lei rimase viva; e lei gli sopravvisse per quasi 21 anni. Sua madre avrebbe persino potuto salvarlo; rifiutò di farlo per non imporgli un solo giorno di prigione. Lei, per lui, fu madre carica di dolore, soffrì di tutte le pene inflitte al figlio; mai per quante il figlio riverso su tante altre madri. Quando lui « agiva >> era segno « che non poteva farne a meno >>. Del resto non era stato detto: « prima charitas incipit a me >>?

 Per Maria Lombardo quel figlio non fu mai partorito: rimase dentro le sue viscere. Il loro amore fu cementato dal dolore, dalla pena, dalla mancanza di lui a lei e viceversa. Latitanza per Giuliano non fu mai, soltanto fuga, incertezza del domani, assassinio, strage, disperazione: fu assenza di lei; impossibilità di accovacciarsi ai suoi piedi, di sentire la mano di lei tra i suoi capelli. Non il giaciglio nella grotta — almeno nei primi tempi, poi dormì anche in case patrizie insospettabili — ma l'assenza di sua madre che gli rimboccava le coperte, gli illuminava il bel volto con la lampada cieca. Lei riusciva ad alzarsi sempre all'alba, un istante prima di lui Tutto ciò che egli subì (o almeno cosi preferì ritenere) lo amplificò riportandolo su sua madre; e avvertendolo come « subito >> anche da sua madre non potè trovare ne spiegazioni, nè giustificazioni. Per Mariannina Turiddu fu tutto.

 Si dedicò alla sua causa con la nevrotica passione della suffragette; fu sempre febbrilmente al suo servizio. Lui era anche la catena di congiunzione tra lei e la madre. Mariannina rinsaldava il legame con Maria, di cui avvertiva tutto il bisogno, mentre si dava interamente a Turiddu. In questo triangolo ci fu una complicità istintiva, di sangue. La madre e la sorella furono le sue donne. Quelle che Turiddu conobbe in campagna e — perchè no? — in case della buona borghesia e nei palazzi che le sovrastavano non contarono mai nulla. Egli, tra l'altro, manifestava gran pudore a parlarne.

Quando cominciò a concedere interviste e gli si chiese conto anche di questo, si schermì dietro una battuta: « sono bambinate >>. La madre e la sorella no. Non erano bambinate. Erano sue escrescenze. Per loro non esitò a uccidere. Più volte Maria Lombardo e Mariannina (ma anche tutti gli altri Giuliano) furono arrestati. La logica era quella del piolo e dell'agnello che bela, strettamente legato, per attirare la fiera e ucciderla. Lui evitò sempre questa trappola, scannò sempre i bracconieri. Tanti carabinieri caddero perchè Turiddu doveva mandare un messaggio alle sue donne: « mie care, siete state, anche questa volta, vendicate >>.

 Si è favoleggiato di un figlio di Giuliano, o di una figlia. Maddalena, una ragazza di uno sperduto paese del messinese, Antillo, sostenne di averlo conosciuto anche biblicamente. Se avvenne fu nei sogni della sua mente malata. Non c'e un figlio di Giuliano, per la semplice ragione che, al contrario, si saprebbe benissimo dove incontrarlo: sotto il tetto di sua zia Mariannina. Due donne sole gli riempirono la testa, il cuore, la vita. Ebbe molte, terribili cose da fare; non trovò il tempo nè per un'amante stabile, nè, tanto meno, per una moglie, per i figli. E in quest'assenza la voce popolare, quando la testa dell'idolo rotolò nella polvere, finì persino con l'adombrare l'ipotesi di omosessualità di Giuliano. E per renderla più credibile si raccontò anche di Gaspare Pisciotta e di altri compagni di ventura legati, dorso nudo, ai tronchi di olivo, a contorcersi sotto la sferza di Turiddu. Perchè mai? Erano giunti tardi a un appuntamento giacendo, più dell'ammissibile, all'ombra di un pagliaio con alcune contadinotte. Nella fustigazione un « segno >> di « diversità >>, dunque.

 E uno dei centomila petali di una multiforme, imprevedibile leggenda. Essa non risponde soltanto al bisogno del mito o del rito. Sembra piuttosto altamente funzionale a imprigionare e suggellare per sempre le connotazioni vere, autentiche di Salvatore Giuliano, del suo tempo, degli uomini che lo utilizzarono, di quelli che lui utilizzò il mito e il rito hanno sciolto in rivoli, come neve al sole, la complessa tragedia di questo contadino di Montelepre.

 L'acqua ha portato via tutto ciò che era bene fosse cancellato. La storia di Salvatore Giuliano, in questo almeno, appare esemplare: è il primo di un lunga serie di a affaire >> italiani; nasce con la guerra, ma ne contraddistingue il primo dopoguerra. E un teorema: dimostra che pezzi dello Stato possono essere impegnati contro >> lo Stato, perchè alla fine vi sarà sempre un contadino di Montelepre, o un suo lontano parente, che pagherà. Per la sua carte, cosi come è giusto (anche se le <<forme>> per lui non furono . giuste >>). Ma soprattutto, per tutti gli altri.

 

 

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