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                                L' ABBAZIA DI S.MARIA DELLA SCALA

                                (Paternò)

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Questo insigne monastero sorgeva a distanza di qualche miglio ad oriente dalla collina di Paternò, laddove, in contrada Giaconia, residua un tratto di muro con porta ogivale, sicuramente appartenente all'antico cenobio.

L'Amico, in Not, Abbatiarum, ne pone le origini negli anni intorno al 1140, ma la fondazione è certamente da retrodatarsi di almeno un trentennio e da riportarsi all'epoca della reggenza della contessa Adelasia; del resto, l'Amico stesso, nella Catana illustrata, riprendendo la notizia dal De Grossis, ne attribuisce la fondazione ad Adelasia, la quale tenne la reggenza dello Stato dal 1101 al 1112 e morì nel 1118. L'ipotesi trova conferma nella circostanza che l'eremo fu in un primo tempo assegnato ai monaci della regola basiliana, nei cui confronti la protezione della dinastia normanna, trascorso un periodo di eccezionale favore di cui sono testimonianza i monasteri ortodossi di Messina, di Palermo, di Troina, di Reggio, di Stilo e cosi via, venne meno appunto dopo il primo trentennio del secolo, in sincronia con 'eccezionale fioritura del monachesimo benedettino.

Al processo di rapida latinizzazione dell'isola, che in pochi decenni mutò radicalmente L'originario rapporto di forze, emarginando il clero basiliano, contribuì dunque il monastero di S. Maria della Scala, che già verso il 1160, durante il regno di Guglielmo il malo, venne devoluto ai padri benedettini di S. Agata ed accresciuto della chiesa suffraganea di S. Salvatore di Calanna; erra, quindi, il White nel proporne il 1166 come anno di prima fondazione.

Col nuovo ordine il convento, elevato al rango di abbazia, conobbe un periodo di splendida fioritura, attestato dalle ampie concessioni di beni e di privilegi fatte in vario tempo dai principi normanni e, dopo di loro, dagli svevi e dagli aragonesi. La più antica donazione della quale si abbia documentazione risale al 1170, all'època della permanenza nel convento del beato Stefano eremita, e concerne il mulino di Talarico in pertinentiis Paternionis» ; seguirono, durante il regno di Guglielmo II, altre donazioni di terre e, verso il 1182, la concessione del diritto di pascolo : il che pone l' accento su una condizione di particolare floridezza del cenobio, il quale alla fine del secolo si trovava possessore di «bona quamplurima» in terre, animali e villani e beneficiario di prerogative e immunità di ordine fiscale e religioso.

Il favore goduto e la rilevanza assunta nell'ordinamento ecclesiastico, soprattutto per i privilegi di Onorio III e di Bonifacio VIII, che avulsero l'abbazia dalla dipendenza dalla diocesi catanese per assoggettarla direttamente alla Chiesa di Roma, valsero ad accrescerne 'autorità e, con essa, l'alterigia degli abati, se nel novembre del 1217 lo stesso pontefice dovette intervenire in una lite col monastero di S. Maria della Valle di Josaphat, che lamentava la sottrazione, da parte del convento di S. Maria della Scala, di un appezzamento di terreno, dando mandato ai priori di S. Croce e di S. Clemente di Messina di dirimere la controversia; questi, accertato l'abuso e riscontrata la cattiva disposizione d'animo dell'abate di S. Maria della Scala, imposero la restituzione della terra sotto pena di scomunica.

Nell'ultimo quarto del Trecento ha inizio la decadenza del convento, il quale, sebbene arricchito nel 1343 per testamento della regina Eleonora d' Aragona di nuove case e beni, ed accresciuto nel 1369 per diploma di Federico III di un annuo donativo di dodici onze d'oro, nei primi anni del XV secolo era già in stato di completa rovina, tanto che il 31 luglio 1414 la regina Bianca, da Mineo, ne nominava abate il frate Paolo Alessi, «oriundu di quissa terra... ki essendu ipsu in lu monasteriu di S. Maria di La Scala, lu quali jà è vinutu in finali destrucioni, lu reparirà et augmentirà». Ma le cure del pio frate non dovettero conseguire l'effetto sperato, e per un cinquantennio ancora il monastero trascinò una grama ed asfittica esistenza (fra l'altro, fin dal 1391 aveva perduto la dignità di abbazia, che gli venne nuovamente riconosciuta solo nel 1436), finchè il 7 luglio 1468, dietro istanza dell'abate Matteo de Pompeo, venne, con breve del pontefice Paolo II, sottoposto al monastero di S. Maria di Nova Luce di Catania, al quale, insieme col titolo abbaziale, furono trasferiti i residui beni e i diritti del cenobio paternese.

Successivamente il convento, abbandonato dai monaci benedettini, venne occupato dai certosini, i quali vi si fermarono per tutto il tempo in cui furono assoggettati alla commenda ; venuta poi meno l'unione col monastero di Novaluce ed allontanatisi i certosini, S. Maria della Scala venne concessa agli agostiniani scalzi.

Ma il soggiorno della comunità monastica nelle antiche fabbriche, mai più restaurate dall'epoca del p. Alessi, fu assai malagevole, aggravato dalle condizioni di fatiscenza dell'immobile e dall'insalubrità dell'aria («aeris intemperie» ), causa di ricorrenti epidemie malariche, tanto che verso la metà del XVIII secolo i frati, sotto la guida dell'abate Giuseppe Rocca, intrapresero la costruzione di un nuovo cenobio nella vicina città di Belpasso. Vari impedimenti non consentirono però il compimento dell'iniziativa, con soddisfazione dell'Amico, che, dandone notizia, attribuisce all'intervento divino il mancato abbandono del convento.

Dopo qualche decennio, tuttavia, il luogo fu abbandonato, poichè gli agostiniani si ritirarono nella città, dove nel 1785 edificarono la nuova chiesa ed il convento dell'ordine sotto titolo di S. Maria della Scala, che alla fine del secolo venne nuovamente aggregato al convento di Novaluce di Catania. L'antico monastero normanno andò rapidamente in rovina, e già ai tempi del Bellia non ne erano più in piedi le fabbriche.

                                                               

                                                   

 

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