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il Monastero di San Nicolò (Paternò) |
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Istituito nel primo periodo della Contea, probabilmente durante la reggenza di Adelasia, il monastero di S. Nicolò) dei lombardi sorgeva sul colle, nei pressi della chiesa dei cappuccini. Apparteneva in origine alla regola basiliana; ma l'evoluzione della politica religiosa dei normanni, fino a quel tempo tentennante fra la diffidenza e l'aperta protezione nei confronti del clero ortodosso, e soprattutto l'assunzione alla signoria di Paternò di Enrico del Vasto, figlio del marchese Manfredo del Monferrato, che originò l'immigrazione nella città di una consistente colonia di lombardi, determinarono un processo di rapida latinizzazione delle fondazioni monastiche, avviato forse dalla conversione del cenobio di S. Nicolò, il cui attributo «dei lombardi» testimonia l'insediamento nel quartiere della popolazione proveniente dai territori settentrionali della penisola. Certo, il 21 aprile 1124, il conte Enrico trasferiva il convento, insieme con le altre fondazioni monastiche di S. Pietro di Petralia e di S. Michele arcangelo, all'abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni presso Salerno, una istituzione cluniacense alla quale già numerose piccole comunità, anche di rito greco, si erano spontaneamente sottoposte, accelerando l'espansione nell'Italia meridionale della congregazione cavense, che in Sicilia ebbe la massima fioritura con l'estensione, nel 1174, delle proprie consuetudini al monastero di Monreale, affidato da Guglielmo II allo stesso abate di Cava. Il trasferimento di S. Nicolò dei lombardi al nuovo ordine, che fra l'altro comportava la piena subordinazione del monastero alla giurisdizione cavense, confermato dai pontefici Eugenio III con bolla del 6 maggio 1149 e Alessandro III con bolla del 30 gennaio 1169, solleva sostanziali perplessità riguardo alla notizia riportata dal De Grossis, secondo la quale il vescovo di Catania, Roberto, avrebbe confermato nel maggio del 1174 il monastero all'abate greco Saba, obbligandolo all'annuo donativo di un rotolo di cera e di uno di incenso, a meno di ritenere che, pur essendo stato assoggettato all'autorità dell'abate di Cava, il convento paternese possa aver mantenuto autonomia di rito. Ma le particolari condizioni politico-religiose nel cui contesto operava il sistema monastico cavense, che nei riguardi delle numerose dipendenze rendeva il ruolo dell'abbazia principale assai simile a quello esercitato nel proprio ambiente da Cluny, con rigidi vincoli di subordinazione fra i monasteri soggetti e la casa-madre, escludono una tale ipotesi, tanto più che il cenobio di S. Nicolò dei lombardi fu retto da priori dipendenti dall'abbazia di Cava. Da ciò, oltre alla subordinazione all'autorità dell'abate generale dell'ordine, gli derivava fra l'altro l'onere del versamento, a carico delle rendite sui propri beni, di un canone annuo di settanta scudi, onere che più tardi venne reluito dall'abate di S. Nicolò l'Arena, Mauro Caprara, mediante il pagamento di duemila scudi. In realtà, però, come attesta l'Amico, esistevano nell'antico abitato due edifici religiosi intitolati a S. Nicolò, una chiesa e un monastero, ambedue probabilmente costruiti nello stesso periodo e quindi di fondazione basiliana; ma, mentre il convento venne, come si è visto, trasferito al clero latino, la chiesa mantenne l'originaria confessione, ed è questa che nel 1174 venne verisimilmente confermata ai preti di rito ortodosso. Per tutto il corso del XV secolo la congregazione cavense, governata da abati commendatari che l'impoverirono di monaci e di sostanze, conobbe un periodo di decadimento, culminato nel 1497 nell'estinzione dell'ordine e nell'annessione del monastero alla congregazione benedettina di S. Giustina di Padova, poi Congregazione cassinese, alla quale un decennio più tardi aderirono pure le abbazie di Monreale e di S. Martino delle Scale presso Palermo e gli altri cenobii dell'effimera congregazione sicula. Risale a questo periodo il distacco del convento di S. Nicolò dei lombardi dal capitolo generale cavense. Per la verità, già nel giugno del 1388 il monastero si era sottratto alla giurisdizione dell'abate di Cava per ritornare all'obbedienza della Chiesa episcopale catanese, ma il 1° ottobre 1469 la Santa Sede annullò l'atto di autonomia, risolvendo in favore dell'abbazia di Cava il giudizio da questa promosso; la successiva soppressione dell'ordine determinò, dopo meno di un trentennio, il definitivo distacco del monastero e la sua aggregazione all'abbazia di S. Nicole l'Arena, che pure nel 1506 veniva annessa alla salda costituzione giuridica e disciplinare della Congregazione cassinese. Quando, poi, il convento sia venuto meno non può stabilirsi che con approssimazione. Con tutta probabilità venne distrutto dal terremoto del gennaio 1693, che rase al suolo gran pane degli edifici della città : la data, del resto, appare la più attendibile, se nel 1654, all'epoca in cui scriveva il De Grossis, la fabbrica era ancora in piedi, mentre non esisteva più verso la metà del secolo successivo, ai tempi dell'Amico. Fra le sue rovine venne¬ rinvenuto un fonte battesimale in pietra dell'Etna, simile a quello conservato nel monastero di S. Maria della Valle di Josaphat, fonte che fu poi trasferito nella sacrestia del convento dei cappuccini. |
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