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                       CRONACA DI UN FUNERALE

                      GIOVANNI FALCONE

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storia fotografica
Gghiufà
 
 

 

 Palermo, 25 maggio 1992.

 Eccola la Grande massa, eccola la Città ferita per la strage di Capaci. Eccola che percorre a piedi, sotto una pioggia d'altra stagione - tanto è fitta e continua - le strade che portano a piazza San Domenico. E in quest'altro giorno di lutto tutte le strade di Palermo portano al Pantheon. Non c'e soluzione di continuità tra i manifestanti chiamati a raccolta dai sindacati confederali e quanti, singolarmente, si muovono verso la chiesa. A piazza San Domenico si arriva tutti insieme: i ragazzini vocianti con lo zaino in spalla e il giudice silenzioso con la toga nella borsa. Quel giudice silenzioso è Paolo Borsellino. Alle 10 via Roma è ormai completamente intasata, Borsellino scende dall'auto blindata e si avvia a piedi verso il Pantheon.

Tutti insieme, allora, per rendere omaggio alle cinque vittime della strage dell'autostrada, a questi cinque «eroi moderni», com' 'era scritto su un biglietto lasciato domenica nella camera ardente allestita al Palazzo di Giustizia. La chiesa è imponente, le sue navate accoglienti, ma non tanto da accogliere tutti. Anzi coloro che riescono a entrare sono forse meno di un terzo delle circa diecimila persone che hanno voluto esserci. Tutti gli altri si sistemano dove possono: anche in via Roma, soprattutto ai margini della piazza. Pochi cartelli, qualche bandiera di Rifondazione comunista, uno striscione della Sinistra giovanile. Ma la protesta non ha colori, nè tessere, per fortuna.

Il cuore» dello spiazzo è stato debitamente transennato. Dentro questo recinto le forze dell'ordine che lo presidiano, un paio di autoambulanze, i carri funebri, qualche auto di servizio. La base della statua dell'Immacolata che si erge al centro della piazza è la postazione di decine di fotoreporter e cineoperatori rimasti fuori a cogliere quest'altro aspetto della cerimonia.

Non ci sono altoparlanti, non ne sono stati piazzati, per dimenticanza o per volontà. La piazza i suoi suoni li fa invece arrivare all'interno del tempio. Scandisce ora con applausi ora con fischi, ora con gli uni e con gli altri, l'arrivo di visi conosciuti, i visi delle autorità, dei politici. Si va dai fischi annunciati al sindaco Lo Vasco a quelli meno scontati al presidente della commissione parlamentare antimafia Gerardo Chiaromonte ((Io contesto chi ha attaccato Falcone)) dice con inequivocabile riferimento a Orlando), agli applausi facili a chi si fa interprete della protesta: Tano Grasso, Marco Pannella, Armando Cossutta, Gianfranco Fini.

((Se avessimo avuto il potere dei politici avremmo cambiato il mondo)), dice uno dei tanti giovani che pressa sulle barriere. ((Basta, Basta», urla una signora. «Giustizia giustizia intonano in tanti.

Dunque, la piazza c'e e si fa sentire. Ma questo non basta proprio agli abituali agitatori della piazza. Rileva Tano Gras-so: «Non si può ripartire dalla società civile, che è già schierata e che per questo è più avanti della società politica. Tocca allo Stato seguire questa spinta. Fin quando non ci sarà questo ulteriore passaggio vincerà la mafia, che oggi è l'unico partito politico a non essere in crisi». Sottolinea Marco Pannella: «La piazza, di per sè, non è un segnale. Lo diventa se supera l'onda emotiva, altrimenti è rabbia, esasperazione, e fa parte dello sfascio. E chi scrive «Falcone i politici ti hanno ucciso, come su quel cartello, scrive una fesseria. E' Inutile guardare dalla serratura se c'è la finestra aperta. Resta in superficie Armando Cossutta: 'La gente ha ragione di protestare. Solo speranzoso Gianfranco Fini: Auguriamoci che questa presenza della gente sia il segnale di una svolta.

Eppure qualcosa deve pur significare la presenza di tanta gente. Che torna a fischiare quando si accorge che alle 11 non è ancora sfilato in piazza San Domenico il corteo delle

auto con a bordo Spadolini, Martelli, Scotti, coloro che in questo momento rappresentano lo Stato, vittima ma non per questo innocente. Vigliacchi, siete dei vigliacchi. A migliaia avrebbero voluto urlare ancora una volta la propria rabbia, dopo la contestazione di domenica al Palazzo di Giustizia. Restano delusi dal percorso alternativo che scelgono le auto blu.

E forse anche per questo l 'applauso riservato a Leoluca Orlando è ancora più scrosciante, contiene rabbia repressa. Non entrare lì dentro, non entrare in chiesa, non mischiarti con loro». Orlando, sempre attento agli umori della piazza, raccoglie l'invito e resta fuori, attorniato dai suoi: Nando Dalla Chiesa, Alfredo Galasso, Carmine Mancuso, Claudio Fava, Letizia Battaglia e altri ancora.

Forse non sarebbe entrato comunque, di certo preferisce non parlare, piuttosto si adopera perche' la gente non si agiti troppo, disturbando la funzione religiosa. Accetta i microfoni Carmine Mancuso: «Abbiamo ritenuto rimanere fuori, insieme alla gente, a chi veramente manifesta il dolore, a chi è mestamente convinto che bisogna ormai dare una svolta definitiva a questo stato di cose. Bisogna che questi mercanti escano dal tempio e in questo momento in quel tempio di mercanti ce ne sono tanti). Le autorità di governo come i farisei.

Alle 11,55 Orlando e quelli della Rete se ne vanno. La gente applaude, ma resta. Vuole salutare per l'ultima volta quelle bare.

In chiesa succede un altro trauma per via di una esile ragazza. E' poco più di una ragazzina, è già mamma. Ma è già vedova, grazie a Cosa Nostra.

Rosaria Costa, 22 anni, vedova del poliziotto Vito Schifani, uno dei tre ragazzi di Falcone massacrati nell'attentato, facendo appello a energie ormai quasi prosciugate, durante la celebrazione dei funerali ha commosso l'Italia con le sue pa-role. Una, soprattutto, che ha scandito ripetutamente: «Cambiare

L'ha ripetuta insistentemente, ha martellato l'uditorio tra i singhiozzi. Questa sorta di preghiera laica è stata firmata da un lato dalla speranza che questa invocazione possa essere raccolta, dall'altro dalla dolorosa convinzione che gli uomini della morte» non siano in grado, non vogliano, riappropriarsi della dignità.

 

                                                                                                     

                                                                                           Fatto storico 6

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