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IL SACCO DI LIPARI |
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Il 1° luglio del 1544 una imponente flotta turco-francese comandata dal famigerato corsaro barbaresco Ariadeno Barbarossa, ammiraglio del Sultano di Istambul, diede l'ancora nelle acque dell'isola di Lipari. Questa armata navale, frutto della scellerata alleanza fra il Regno di Francia e l'Impero Ottomano indirizzata contro la coalizione Italo-spagnola, proveniva da Tolone ed aveva già devastato molti centri costieri dell'Italia tirrenica: Porto Ercole, Talamone, Giglio, Montiano ed altri. Mentre la popolazione civile terrorizzata si rifugiava entro le mura della cittadella i turchi sbarcavano più di cinquemila uomini e mettevano in batteria sedici pezzi d'artiglieria, tra cannoni e grosse colubrine di bronzo. Lo stesso giorno iniziò il tiro da parte degli ottomani. Barbarossa, sceso a terra, faceva alzare la sua tenda per meglio assistere alle operazioni d'assedio. I cannoni della guarnigione liparota risposero subito, valentissimamente defendendosi in primo assalto ammazzarono 40 Turchi». Il secondo giorno, però, i maggiorenti della città chiesero di parlamentare. Offrivano 15.000 ducati d'oro a patto che i Turchi si ritirassero senza fare ulteriore danno a uomini e cose. Ma Barbarossa chiese 30.000 ducati d'oro più duecento fanciulli e duecento fanciulle da portar via, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco tutta la città. L'assedio continuò con il bombardamento della cittadella sia di giorno che di notte. La difesa, stante la sproporzione delle forze in campo, appariva disperata ciò nondimeno era gagliarda. Il giorno 6 un fortunato colpo di cannone dei difensori causò la morte di 18 turchi. Molti altri venivano fulminati dagli archibugieri. Ma anche le file dei difensori si assottigliavano; acqua e viveri scarseggiavano ed iniziarono le diserzioni dal forte. La notte del giorno 9 comparve, presso Vulcano, la flotta genovese di Giannettino Doria, forte di trenta galee. Queste avevano il compito della difesa marittima della Sicilia, per la quale i genovesi venivano pagati a peso d'oro dalla Corona. Ma appena le galee francesi gli si mossero contro, i genovesi tagliarono la corda, cosi com'era loro abitudine, per conservare intatto il loro <capitale>> costituito dalle navi, abbandonando quindi i liparoti al loro destino. A questo punto lo sconforto e il panico s'impadronirono dei difensori. il bombardamento del forte continuò sino al giorno 11 quando, alle Otto del mattino, i maggiorenti della città chiesero nuovamente di parlamentare. Offrivano ingenuamente la resa della città eccetto che per 70 case che dovevano essere fatte salve con le famiglie ed i beni. A quella proposta Barbarossa dovrà aver trattenuto a stento un ghigno di sarcasmo mostrando subito di accettarla. I francesi fecero commenti piuttosto velenosi su quei siciliani che si arrendevano pur essendo difesi da buone mura nelle quali — in undici giorni di bombardamento i cannoni turchi avevano prodotto soltanto una modesta breccia, ancora non sufficiente per consentire un assalto dei giannizzeri. Dentro la città però gli animi erano divisi. Molti cittadini protestarono perchè si voleva garantire la salvezza soltanto ad alcuni; probabilmente ai benestanti. Al grido di . Tutti liberi o tutti schiavi!> si mandarono altri parlamentari al campo turco. A costoro il Barbarossa assicurò nuovamente di accettare tutto ciò che chiedevano. Ottenuta cosi la resa l'ammiraglio ottomano, tradendo i patti, ordinò che tutti gli abitanti della città sfilassero davanti a lui e fra questi scelse i più giovani per farne schiavi. Entrati i turchi in Lipari trovarono ancora molta gente rifugiata nelle cantine e molti vecchi chiusi dentro la Cattedrale. Questi ultimi furono squartati vivi per estrarne il fiele che i turchi ritenevano miracoloso. Tolti i cannoni (erano soltanto sette) dagli spalti, il Barbarossa ordinò il sacco e l'incendio della città, incendio che durò per due giorni. Il 14 la flotta turco-francese levò l'ancora carica di schiavi e di bottino. Durante questo assedio i turchi tirarono contro la cittadella 2.800 palle di cannone e persero 343 uomini mentre le perdite tra i difensori — fra morti e feriti furono 160. I liparoti catturati e fatti schiavi furono circa novemila. Questo tragico episodio della nostra storia venne descritto da un testimone oculare: un cappellano imbarcato su una galea francese, in una relazione che riguardava l'intero viaggio per mare della flotta ottomanofrancese da Antibes a Costantinopoli. Si tratta di un certo Jèrome Maurand che, essendo di origine savonese, redasse il testo in italiano. |
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Fatto storico 8
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