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  La ricostruzione della città di Messina sotto il regno di Ferdinando III dopo

  il terremoto del febbraio 1783

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Il 5 febbraio 1783 Messina fu duramente colpita da un terribile terremoto. Il cataclisma bloccò totalmente lo sviluppo della città che nel precedente decennio aveva usufruito di notevoli benefici da parte del sovrano. A mezzogiorno circa del 5 febbraio 1783 la città viene ridotta in un cumulo di rovine, mentre le scosse si susseguono violente portando terrore e morte.

Un incendio di notevoli proporzioni segue subito dopo e si sviluppa in modo inarrestabile, distruggendo tutto ciò che restava. I morti furono più di seicento. Il numero delle vittime fu minore rispetto all’immane distruzione, e ciò è dovuto al fatto che la catastrofe si verificò in pieno giorno, in un orario in cui gli abitanti si trovavano al di fuori delle loro abitazioni. Al contrario del sisma del 1908, centoventicinque anni dopo, che colpì la città alle cinque del mattino del 28 dicembre. Lo stesso giorno del 5 febbraio 1783 Messina chiese aiuto alle città siciliane, al re e al vice re a Palermo. Il vice re marchese Domenico Caracciolo, in data 9 febbraio conferisce poteri esecutori alle autorità locali e dispone, con applicazione immediata, sanzioni fiscali a favore della città distrutta, ponendo a disposizione di essa aiuti in denaro della Tavola Pecuniaria di Messina, disposizioni ratificate dallo stesso sovrano Ferdinando, che da Napoli dispone ulteriori aiuti finanziari tratti dal Regio Erario. Il 14 febbraio il re Ferdinando emana immediatamente precise disposizioni per i primi soccorsi, per lo stesso ordine pubblico, per gli aiuti in denaro necessari ed alcune navi salpano da Napoli portando nella città dello Stretto viveri, medicinali, somme di denaro per far fronte alle prime necessità. Tutto ciò e documentato con precisione dalla documentazione del tempo giacente presso gli archivi storici di Napoli e Palermo. E’ indubbio che ogni merito vada a Ferdinando, il quale comprese subito che in mancanza di un forte e sollecito aiuto, una delle più belle città del suo regno, sarebbe stata cancellata dalla carta geografica. Il vicario generale marchese di Regalmici, nominato dal vice re Caracciolo, partito da Palermo, giunse a Messina con un gruppo di tecnici, architetti, uomini di giustizia, con cui subito formò ed insediò una giunta di governo locale. Tale giunta iniziò immediatamente un lavoro di sgombero delle macerie, di ripristino delle fonti d’acqua e della costruzione di baracche per i terremotati. In questa maniere fu evitata una probabile epidemia. A Messina, che per quindici anni sarà esentata dal pagamento di imposte e tributi, si sospendono le gabelle e si dispone che tutte le cambiali scadute in quel periodo vengano estinte. Si distribuiscono ai terremotati aiuti in denaro inviati da re Ferdinando. Si opera attivamente per rimettere in attività le seterie esistenti e ciò per impedire che i lavoratori in esse impiegati lascino la città alla ricerca di un sicuro lavoro. I prezzi del pane e dei generi di prima necessità vengono posti sotto controllo per evitare ogni speculazione. La città nel passato aveva usufruito dei benefici del porto franco ma in seguito tale privilegio le era stato tolto. Con decreto reale del 5 settembre 1784 tale privilegio le fu nuovamente concesso per volere del sovrano e ciò portò rapidamente alla rinascita della città. Infatti numerosi sorsero i Fondaci, vasti depositi di merci, nella zona del porto meta di navi cariche di mercanzie provenienti da ogni parte del mondo.

Il porto di Messina divenne punto di riferimento di mercanti di ogni parte del mondo che venivano a vendere le loro merci usufruendo delle agevolazioni concesse da Ferdinando. Numerose furono le nuove strutture tra cui "il lazzaretto di osservazione", già esistente e che fu ampliato e ristrutturato, e il "lazzaretto di spurgo" che fu costruito per volontà del re. I lazzaretti erano particolari tipi di ospedali destinati all’isolamento dei malati affetti da malattie contagiose, luoghi recintati ove erano tenute in quarantena le persone e le merci provenienti da luoghi infetti. Il lazzaretto della zona portuale di Messina, a quel tempo, era uno dei pochi esistenti lungo le rotte del Mediterraneo. L’iniziativa del re si rileva eccezionale in considerazione dei tempi per la lunghezza di vedute e per la tolleranza verso gli stranieri che vengono incoraggiati ad impiantare i loro commerci nella città.

Negli anni che seguirono a Messina fu concessa una nuova costituzione politica che caratterizzò la città come importante centro anche amministrativo. La ricostruzione della città fu affrontata con impegno in particolare per gli edifici pubblici, mentre per le abitazioni private furono previste numerose agevolazioni. Fu approntato un nuovo piano edilizio, utilizzando le aree libere, limitando le costruzioni nei vecchi quartieri della città alta, evitando dove era possibile la demolizione degli edifici ancora recuperabili. Con saggia legislazione si eliminarono i piani superiori. Si adottarono regole improntate alla realtà e alla praticità. Fu restaurata la Cittadella il Duomo e il palazzo Reale ma in particolare occorre ricordare la ricostruzione della Palazzata a mare che fu distrutta completamente e che i messinesi desideravano riavere. La Palazzata era da considerare un'opera di grande valore edilizio, esteticamente notevole, di utilità grandissima anche sotto il profilo igienico, infatti nella costruzione di questi grandi fabbricati fu sistemata la canalizzazione delle acque nere provenienti dalle parti pianeggianti della città. Già dopo quattro anni dal catastrofico evento la città fu quasi completamente ricostruita e ciò era confermato da una lapide marmorea collocata all’interno del Duomo, che dopo il 1860 fu ricoperta e nascosta perché ricordava l’efficienza dei Borbone. La verità è che Messina senza quegli aiuti sarebbe scomparsa. Il Re Ferdinando (allora IV di Napoli e III di Sicilia) elargì alla città peloritana ogni aiuto sia morale che materiale, rifiutando ogni aiuto straniero e contribuendo non poco, anche con le sue sostanze, alla ricostruzione.

Tutto il contrario avvenne dopo il terribile terremoto e maremoto del 28 dicembre 1908. Le autorità pubbliche non seppero affrontare la situazione; le omissioni si moltiplicarono e si attesero ordini che quando arrivavano erano confusi e contraddittori. Basti pensare che i primi aiuti furono portati alla popolazione da marinai russi. Gli aiuti vennero dagli altri fratelli siciliani, da Palermo, Catania, Napoli e Siracusa giunsero quelli più significativi. La burocrazia statale romana era come paralizzata. Il primo vero e sostanziale aiuto fu portato dalle navi russe che navigavano vicino Messina. Il ministro dei LL.PP. del tempo, giunto a Messina, lanciò l’idea di bombardare la città, o meglio quello che ne restava, spianare le macerie e farne un’enorme cimitero. A seguito delle proteste della popolazione la brillante idea fu accantonata. Il presidente del consiglio Giolitti disse:<< Come si poteva prevedere un disastro senza precedenti? L’organizzazione per provvedervi non esisteva e non poteva esistere>>. Solo il 31 gennaio 1909 giunse a Messina un piroscafo carico di legname per costruire le prime baracche. Tutto restò così per circa vent’anni. Nel 1919 venne a Messina il presidente del consiglio Nitti che dichiarò che <<il mezzogiorno non doveva farsi illusioni finché le terre liberate (quelle dopo la prima guerra mondiale) non fossero riedificate>>.

La vera ricostruzione di Messina dopo il terremoto del 1908 fu iniziata nel 1922 e completata nel 1934.

Per inciso dobbiamo dire che due famiglie sono rimaste nelle baracche per 61 anni prima di aver assegnate le case popolari.

 

                                                                                                     

                                                                                              Fatto storico 11

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