|
|
LA RIVOLUZIONE DEL 1848
|
|
.La rivoluzione del 1848 Dopo i primi successi. il comitato rivoluzionario di Palermo diventava comitato provvisorio di governo, con alla testa Ruggero Settimo, e del quale facevano parte, con Mariano Stabile, Francesco Crispi e Pasquale Calvi. mentre insorgeva il resto dell'isola: Catania il 24 gennaio, Messina il 25, cui seguirono gli altri centri piccoli e grandi. Il 29 gennaio Ferdinando II, in Napoli insorta. concedeva la costituzione e il decreto intendeva includere anche la Sicilia; ma il comitato chiedeva per la Sicilia una costituzione separata (e Stabile, il suo segretario, sperò che l'Inghilterra costringesse il re a concederla), e assumeva intanto il governo provvisorio dell'isola. Da Napoli si promise però solo il ripristino del parlamento a Palermo, e si propose di nominare a luogotenente un siciliano (la carica fu difatti offerta a Settimo). Per tutta risposta, il governo siciliano indisse le elezioni per il parlamento, secondo la costituzione del 1812; e questo, eletto il 15 marzo. si adunava il 25. II 27 marzo il parlamento nominava Ruggero Settimo reggente con prerogative reali. e il primo ministero (marzo-agosto 1848). con Settimo presidente. Stabile agli esteri. M. Amari alle finanze e P. Calvi agli interni, indusse il parlamento. dopo un difficile compromesso tra i capi, a dichiarare decaduta la dinastia borbonica dal trono di Sicilia (13 aprile 1848). Si apriva così, insieme col dibattito sullo statuto che, approvato (10 luglio 1848), sostituiva la costituzione del 1812, la discussione sul nuovo sovrano, che fu scelto finalmente nella persona del duca di Genova (11 luglio). Frattanto lo Stabile era riuscito ad ottenere la defenestrazione di Calvi dal ministero, sostituito da un altro presieduto dal Torrearsa, che si dimise il 28 novembre, epperò rimase in carica fino al 15 febbraio 1849, e del quale i continui mutamenti nei titolari dei dicasteri rivelarono presto la scarsa autorità nel parlamento e nel paese. Gravato d'una pesante serie di sconfitte diplomatiche (tra l'altro il duca di Genova rifiutò la corona offertagli), il governo si trovò a far fronte ad una paurosa crisi finanziaria. Erano state abolite delle imposte impopolari, non si era avuto il coraggio di istituirne delle nuove; si era voluto il ritorno agli ordinamenti comunali precedenti le riforme del 1819 ma non si era restituita una solida base alla finanza locale, si era dovuto rinunciare agli esattori delle imposte perchè impopolari ma non fu facile improvvisarne di nuovi, si era ricorso a dei prestiti ma. dopo i risultati del primo, il rigetto del secondo da parte dei Pari aveva costretto ii ministero Settimo alle dimissioni. E tutto questo, mentre la situazione si faceva più drammatica per l'occupazione di Messina e Milazzo da parte del generale napoletano Filangieri (7-10 settembre 1848), che solo l'intervento anglo-francese dettato da reciproca diffidenza riuscì ad arrestare su quelle posizìoni fino al marzo 1849. Non c'erano mezzi per creare una efficiente forza milìtare, nè ci si decideva a ricorrere alla coscrizione, per l'opposizione della reazionaria guardia nazionale che, composta di civili », era diffidente dei popolani e dei contadini armati più che non temesse l'assalto borbonico. Perplessità, contrasti sulle misure da prendere, avversione in molti ad assumere un potere senza autorità e senza prestigio nel paese, denunciano il fallimento della rivoluzione e il suo esaurirsi prima assai che il Filangieri decidesse di riprendere l'iniziativa militare. Si rivelò impossibile in definitiva imporre misure fiscali o una salda disciplina militare in un paese diviso e scontento, in grave dissesto economico e non certo soddisfatto dì una rivoluzione da cui nessuno dei ceti aveva tratto vantaggio e che comportava invece, ormai, con la sua precarietà politico-amministrativa, ansietà e insicurezza negli uni, speranze e pretese smodate negli altri. Questa scarsa fiducia tra paese e governo ebbe il suo epilogo clamoroso all'atto delle dimissioni dell'ultimo e impotente ministero «di coalizione (aprile 1849), quando non fu più possibile formarne un altro e il Settimo nominò tre ministri provvisori che peraltro si dimisero dopo una settimana. Eppure, quando, rassegnato il potere alla municipalità di Palermo, membri del governo e capi della rivoluzione avevano lasciato il paese partendo per un volontario esilio, il popolo di Palermo insorse e senza armi nè capì resistette per tre giorni eroicamente alle truppe napoletane. Michele Amari, che aveva lasciato con gli altri la Sicilia, al sentire di questo moto che gli richiamava i furori eroici del popolo del Vespro, provò un moto di vergogna e bollò se medesimo e gli altri dell' onta del traditore. Il moto di Palermo, la resistenza coraggiosa di Catania ed altri episodi meno clamorosi di eroismo di individui e di popolo valsero tuttavia a riscattare la rivoluzione siciliana dalla vergogna morale di una disfatta senza scuse. Nonostante la debolezza e l'incapacità dei capi, il popolo di Sicilia era ancora capace di aneliti di libertà. Questa persuasione è alla base dell'opera cospirativa che il partito d'azione viene svolgendo in Sicilia, soprattutto attraverso Malta, al fine di preparare l' insurrezione dell'isola. Ma è anche alla base del contrasto che divide moderati e democratici nella polemica sulle cause del fallimento della rivoluzione siciliana, una polemica dalla quale usciranno le premesse per i futuri sviluppi ideologici: per i democratici la causa è stata compromessa dalla diffidenza classista dei moderati e della guardia nazionale verso il popolo, e dal loro timore di provvidenze legislative che scuotessero le tradizionali posizioni di potere fondate sull'alleanza nobiltà borghesia; i moderati invece lamentavano l'anarchia e il disordine minacciati dal popolo avido dell'altrui proprietà, non desideroso di libertà politica. Era, come si vede, un dissenso polemico che riportava l'esperienza rivoluzionaria siciliana nel grande quadro dell'esperienza europea del 1848; e per ciò stesso avviava la classe dirigente siciliana ad elaborare per l'isola soluzioni meglio adeguate al corso della realtà politica italiana ed europea. Gli anni successivi al '49 furono comunque anni squallidi per la Sicilia. Il Filangieri. luogotenente generale dell'isola fino al 1854, ottenne, è vero, che l'amministrazione civile, finanziaria ed ecclesiastica fosse separata da quella di Napoli e retta da funzionari siciliani, ma fu misura di scarso significato per il paese i cui uomini migliori, compromessi nelle passate vicende, erano andati in esilio o restavano ai margini della vita attiva. I lavori pubblici riaccesero rivalità municipali che sembravano spente, e costrinsero gli intendenti ad atti di forza impopolari; mentre altre provvidenze finanziarie non ebbero mezzi adeguati a renderle efficaci (solo nel 1858 il Banco di Sicilia, allora Banco Regio, ebbe due casse di sconto col patrimonio di un milione di ducati assegnato dall'erario; e il debito pubblico gravò soprattutto sulla debolissima finanza locale). Politicamente, durante questi anni, il paese appare diviso in una piccola minoranza che nell'ombra cospira, tiene vivi i rapporti con l'emigrazione (di cui spesso ripete i contrasti ideologici e programmatici), fa opera di proselitismo per lo più nel mondo contadino ove cocente la delusione per l'ingiustizia impunita, per le promesse non mantenute, e più facile tener desta un'attesa messianica della futura rigenerazione a: e in una maggioranza, in cui corrono ogni tanto fremiti di insoddisfazione, ma che non ha velleità rivoluzionarie e attende il maturare degli eventi per aggiustare ad essi il proprio atteggiamento, e intanto continua a trarre dal regime in atto i vantaggi di ordine sociale e di conservatorismo conformista che esso offre. Di questa maggioranza il ceto commerciale che ne fa parte è si antinapoletano, e aspira ad un miglior reggimento economico, ma lo aspetta da un intervento interessato di qualche grande potenza (l'Inghìlterra soprattutto). L'atmosfera è però tenuta tesa dagli arresti, dall'opera arbitraria della pollzia più dura e spietata dopo la partenza del Filangieri, dal fallito tentativo di sbarco di G. Interdonato (maggio 1854), dal moto anch'esso represso, ma assai più significativo capeggiato da F. Bentivegna (novembre-dicembre 1856), dall'attentato a Salvatore Maniscalco, il capo spietato e zelante della polizia (27 novembre 1859). Intanto, fin dallo scoppio del conflitto austro-franco-piemontese, ì siciliani comitati d'azione avevano concertato un'insurrezione, ma s'erano scontrati coi moderati della Società Nazionale che sollecitavano alla vigilia di Villafranca un intervento dell'Inghilterra nell'isola. Francesco Crispi però, venuto in Sicìlia nell'agosto, era riuscito a concordare un'inìziativa unitaria per il 4 ottobre; e sarà questa, che più volte rinviata finirà con l'esplodere a Palermo il 4 aprile 1860. |
|||||||
Fatto storico 3
|
|
|
© 2004 Siculo.it - |