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LA SPEDIZIONE DEI MILLE |
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Il tentativo è presto represso, anche se le squadre contadine che avrebbero dovuto scendere su Palermo insorta restano in attesa sui monti attorno alla città; ma sarà la notizia di quella insurrezione a decidere Garibaldi, dopo alcune perplessità, ad accettare l'appello di Crispi e dell'emigrazione siciliana, e a partire a capo dei Mille alla volta della Sicilia che egli crede in piena rivolta. Sfuggita alle navi napoletane, la spedizione sbarca in circostanze drammatiche a Marsala l'11 maggio 1860: Sono con Garibaldi tra, i Mille il Crispi e Giuseppe La Masa: li hanno preceduti. tenendo desto il fermento insurrezionale, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao. II 14 maggio. a Salemi, Garibaldi assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele, e il giorno dopo i Mille, affiancati da squadre numerose di picciotti armati di vanghe e rastrelli (pochissimi hanno fucili) e guidati da « civili » o da baroni, affrontano a Calatafimi le truppe borboniche e le mettono in rotta dopo un combattimento incertissimo. La strada per Palermo e aperta. e la città è presa il 27 maggio. Fu concordata una tregua, presto estesa ad armistizio. mentre il resto dell'isola insorgeva e lo Afan de Rivera da Agrigento e il Clary da Catania si venivano ritirando verso Messina. La vittoria di Milazzo (20 luglio) concludeva l'impresa di Sicilia, e nell'isola solo la cittadella di Messina restava in mano napoletana (capitolerà il 12 marzo 1861). Il successo di Garibaldi, il « miracolo » della spedizione siciliana si spiegano con un concorso di circostanze: il fascino della sua figura e la sua autorità di capo indiscusso, l'aura di messianico giustiziere che lo circonda suscitano nelle masse improvvisa e concorde fiducia nel moto insurrezionale, e anche se l'apporto militare dei picciotti appare discutibile, e non solo per la diffidenza con cui non pochi dei Mille guardavano a queste forze irregolari e indisciplinate (in qualche caso essi sconvolsero i piani di Garibaldi). il significato morale del loro contributo fu enorme. Furono essi a creare intorno alle truppe borboniche quell'atmosfera di isolamento e di avversione, che fu la causa prima delle loro sconfitte. Tra Palermo e Milazzo Garibaldi cercò di dare un assetto al paese, ed emanò un insieme di decreti intesi ad agevolare il trapasso dei poteri e la trasformazione del regime politico. Con la minaccia militare ancora imminente. era urgente fare appello alle risorse militari e finanziarie del paese. Fu qui che la Sicilia denuncio in tutti i suoi Ceti l'arretratezza e l'immaturità politica d'una società poveramente articolata e priva di ideali: la coscrizione fu un clamoroso fallimento e iniziò il processo di disincantamento tra la rivoluzione e le masse: la necessità di usare gli antichi canali fiscali e giudiziari tenne in vita la parte pin corrotta e meno popolare della burocrazia. mentre la promessa di censuazione delle terre demaniali fatta agli arruolati introdusse un tratto nuovo e indesiderato nel campo di pretese divenute esplosive dopo tanti differimenti e tanti inganni. Da qui la crescente incomprensione di Garihaldi e la rapida estraniazione che avrà episodi clamorosi nelle dure repressioni di Biancavilla, Bronte, Regalbuto, Randazzo ove. tra il giugno e l'agosto, alle invasioni di terre s'erano accompagnati massacri di civili: le repressioni si risolvono per lo più nella ricostituzione delle vecchie oligarchie locali e nella sconfitta degli elementi radicali. Un elemento di ulteriore confusione è fermento è introdotto in quei mesi dal conflitto politico tra Cavour e il partito d'azione, che con Crispi vuol fare della Sicilia la base di lancio per la conquista del potere nazionale e avviare la nazione italiana verso soluzioni democratiche. Al fine di controllare la situazione, Cavour invia nell'isola il capo della Società Nazionale. Giuseppe La Farina, col compito di affrettare i tempi e costituire in Sicilia un forte partito moderato. che neutralizzi gli sforzi di Crispi e invochi l'annessione immediata al Piemonte. La reazione di Crispi è violenta, e l'8 luglio Garibaldi espelle La Farina dall'isola; ma, a smentire le voci insistenti di mene repubblicane. chiede al re che nomini un prodittatore nella persona di Agostino Depretis. Questi giunge in Sicilia il 22 luglio, e profittando dell'assenza di Crispi e di Garibaldi in marcia verso Napoli, estende con un decreto lo statuto piemontese alla Sicilia 3 agosto. compiendo cosi quella che i democratici chiamano una annessione mascherata. La reazione di Crispi e di Agostino Bertani ricsce ancora una volta ad aver ragione degli «intrighi» cavouriani: e Garibaldi. venuto il 17 settembre a Palermo, esonera Depretis e nomina prodittatore il democratico Antonio Mordini. La Sicilia fu in quei mesi divisa in fazioni chiamate a combattersi per questioni che chiaramente trascendevano nella loro natura e nella loro formulazione i termini della tradizione politica siciliana, e le capacità d'apprendimento politico della media degli elettori. Alla insistenza di Cavour per l'annessione immediata e incondizionata vane furono le alternative discusse — annessione condizionata, costituente siciliana convocata a definire i modi dell'annessione, annessione all'Italia e non al Piemonte — delle quali la prima fu da parte dei democratici una formula dilatoria che aveva tra l'altro il vantaggio di attirare i non pochi autonomisti; la seconda rappresentava un progresso rispetto alla prima perchè conteneva il principio repubblicano della costituente; la terza, con la cornice entro cui doveva collocarsi, una costituente nazionale riunita a Roma tolta al papa, era di chiara intonazione repubblicana. Il Mordini, dopo aver tentato con abile moderazione di attrarre ai democratici molte delle forze scontentate o rese diffidenti dal Crispi (senza peraltro riuscirci), per sottrarsi alla pressione e al ricatto dei moderati ai quali per timore di sviluppi repubblicani s'era venuta accostando la stessa aristocrazia autonomista, e che alla fine di settembre avevano inviato a Torino una deputazione per sollecitare l'annessione, si decise per la seconda alternativa, e indisse (5 ottobre) i comizi per l'elezione dei deputati alla costituente siciliana. Pochi giorni dopo però l'esercito piemontese si spingeva, attraverso Marche e Umbria. nel Napoletano; e, con l'arrivo di Vittorio Emanuele II, Bertani e Crispi sanno di aver perduto. Garibaldi rifiuta ogni ulteriore resistenza a Napoli come in Sicilia: ed è lo stesso Mordini a convocare in Sicilia il plebiscito per l'annessione al Piemonte (22 ottobre). Il plebiscito dà 432.053 sì contro 667 no. La Sicilia entrava così nella vita del nuovo organismo nazionale. Non v'ha dubbio, e ne erano acutamente consapevoli i più attenti dei politici siciliani, che una soluzione degli annosi problemi isolani, dovendo procedere da una radicale rottura di strutture arcaiche o involute in un paese privo di reale capacità di rinnovamento autonomo, poteva venire solo dal vigoroso processo di sviluppo dello Stato unitario. Entro i suoi vasti confini l'economia siciliana avrebbe trovato i capitali e il mercato, l'industria si sarebbe avvantaggiata dell'abolizione dei dazi protettivi fra regione e regione; mentre le forze etico-politiche rinnovatrici del paese avrebbero trovato nella solidarietà e nella esperienza delle altre regioni il vigore e la concretezza ch'erano mancate in passato, mentre tutta l'energia del potere centrale sarebbe stata impegnata a distruggere le remore tradizionali della società siciliana, il permanere del privilegio, la corruzione burocratica, l' usurpazione mantenuti spesso ricorrendo a forze extralegali come la mafia. Di tutto questo nulla si potè realizzare immediatamente. e col passare degli anni si venne facendo strada nell'animo dei più la sensazione malinconica che nulla si sarebbe fatto neppure in futuro. ora che le forze tradizionali della vita siciliana avevano non solo superato lo scossone iniziale, ma seran fatte nella Sicilia italiana delle posizioni più solide e rispettabili che in passato. Va detto subito che, per una larga parte del popolo siciliano, la Poesia del successo unitario era durata molto meno del decennio che riporterà gli altri italiani alla prosa della quotidianità amministrativa. Per il modo stesso in cui l'Unità sera fatta., essa era. apparsa fin dall'inizio agli uni (gli indipendentisti della nobiltà o del ceto medio) effetto di necessità, agli altri (i democratici) assai diversa e inferiore nel fatto a quella che era stata vagheggiata nell'idea o presentata nel programma, dal momento che aveva lasciato il potere locale ai vecchi e tradizionali detentori; per la gran massa fiduciosa, quella da cui erano usciti i picciotti, che aveva salutato con gioia e aiutato l impresa garibaldina, la rigenerazione » si era risolta in una delusione mortificante, lasciando intatte e strutture sociali e psicologiche della società siciliana: i conformisti di ieri s'erano affrettati a diventare i conservatori di oggi, il loro appoggio era stato sollecitato e compensato dal potere in carica che lo aveva presentato come la condizione necessaria del ritorno alla normalità: provvidenze a lungo ritardate. e attese con ansia come la censuazione dei demani comunali, e più tardi (1682) in vendita dei Beni ecclesiastici, si risolsero in una rinnovata opportunità di. speculazione per in piccola e la grossa borghesia agraria, mentre incombeva il flagello della coscrizione e le) tasse erano inasprite. Fu facile risuscitare e diffondere in una simile situazione ii programma dell'autonomia isolana. che si presentava come la solo difesa dai funzionari piemontesi e dagli effetti delle nuove leggi (si discusse allora a lungo sull'obbligo dei siciliani a pagare il pesante debito pubblico dello Stato piemontese: i democratici, soprattutto a partire dal '65 (e di quell'anno Ia nota lettera di Crispi al Mazzini), posero nel loro programma per in Sicilia piani di autonomia amministrativa, presentandoli come antichi progetti per la prosperità isolana che l'intervento di Cavour nel 1860 aveva frustrato. Ciò spiega la fortuna del partito d'azione in Sicilia, e la simpatia diffusa fra i ceti popolari e quello intellettuale per i movimenti d'opposizione. che non — come da taluno si volle un aspetto costante dello spirito diffidente e irrequieto del siciliano. ma fiducia che da qui venisse. con la denuncia dei mali dell'isola, un'analisi più pertinente della sua economia e della sua società ed un avvio a soluzioni più efficaci. e insieme coincidenza in quello spirito di moralismo polemico che era nella natura del democratismo e appariva l'unico sfogo in un paese mortificato e scontento. La venuta di Garibaldi in Sicilia nel 1862 valse a riaccendere grandi speranze: la conquista di Roma, a cui egli invitava, in ,quanto compiuta contro il volere del governo in carica. avrebbe comportato in caso di. successo il rovesciamento rivoluzionario degli attuali rapporti di forza, e avrebbe dato il potere agli. amici della Sicilia, alle vittime., al pari dei siciliani, della dittatura piemontese. Aspromonte perciò susciterà nel paese ondate di sdegno e di furore ribollente. e darà al conflitto politico un'asprezza non conosciuta altrove: ma ancora una volta i temi. del contrasto restano generici e astratti, e la polemica riguarda più il bilancio delle perdite (molte) e dei vantaggi (pochi) venuti all'isola dall'annessione, che non la considerazione di programmi futuri, di nuova vita entro il nuovo organismo. La classe politica siciliana più che guidare e articolare questo dibattito ne fu essa stessa condizionata, e si divise presto in autonomisti e accentratori (con varie sfumature tra le posizioni estreme): e non sempre gli accentratori furono i meno realisti, quando, denunciando la corruzione della burocrazia isolana. la piaga del baronaggio, la faziosità municipalista che il personalismo politico confortato dal -sistema elettorale uninominale tendeva ad esasperare. riconobbero solo ad uno Stato forte e accentrato la capacità di portare la Sicilia al livello della parte più progredita della nazione. il male era però, come videro subito i primi e più attenti dei meridionalisti, L. Franchetti e S. Sonnino (1876), assai più profondo, giacchè il male morale denunciato non era che il sintomo esterno di una grave arretratezza sociale, che non poteva certo curarsi con un nuovo ordinamento amministrativo e giudiziario, per quanto efficiente: in Sicilia mancava la vera forza propulsiva e rivoluzionaria in senso nazionale e liberale, un ceto media dalla fisionomia moderna, e la borghesia siciliana che peraltro subiva lo Stato come argine al dilagare dei risentimento sociale faceva ancora più ampio e profondo il fosso che divideva le masse popolari dal. nuovo Stato. Solo una più larga partecipazione di questi ceti ai benefici dell'unità avrebbe potuto avviare ad una autentica rigenerazione e invece essi erano trascinati nella protesta siciliana contro uno Stato, che della legge non faceva uno strumento liberatore. Tranne poche eccezioni, gli uomini di Stato liberali invece valutarono la realtà siciliana con gli schemi che si erano formati operando o studiando le parti più progredite d'Italia. ed erano troppo dottrinari o troppo interessati per ammettere nel giuoco delle forze economiche altra legge che non fosse la libera concorrenza. Così mentre l'agricoltura siciliana. tecnicamente poco progredita e povera di capitali, stenta ad aprirsi un varco nei mercati dell'Italia centro settentrionale; mentre l'industria vede l'artigianato perdere la battaglia prima ancora d'averla ingaggiata e procede stentatamente nei settori vinocolo (peraltro in mano di capitalisti stranieri) e zolfifero (anch'esso con capitale straniero) in virtù, specie in quest'ultimo settore, di uno sfruttamento del lavoro umano che è al limite della brutalità (donde le denuncie di meridionalisti come Pasquale Villari); l'industria settentrionale conquista quel che c'e di mercato siciliano e ottiene argini protezionistici che diventano catene opprimenti per l'agricoltura siciliana, che viene a trovarsi preclusi i mercati esteri |
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Fatto storico 4
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