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Pantalica |
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.2.1 Il periodo protostorico Pag 1 2 Nel campo archeologico Pantalica rappresenta uno dei primi, nonché il più grande centro abitato della tarda età del bronzo nella Sicilia orientale, di cui rimane la più grande e spettacolare necropoli rupestre (circa 5000 tombe scavate nella roccia). Si tratta di una civiltà così imponente e vasta da avere dato il nome a tutta la facies. Le più antiche notizie riguardanti questa zona risalgono alla prima metà del secolo XIII a.C., quando le popolazioni della Sicilia orientale furono costretti, dalle pressioni dei Siculi, Ausoni e Morgeti, ad abbandonare la zona costiera per raggiungere le inaccessibili alture interne dove costituirono pochi grandi centri. Si pensa che queste popolazioni fossero i Sicani, a motivo del fatto che la loro cultura presenta parecchi elementi egeo-anatolici, molto comuni nella così detta “cultura di Thapsos”(nome con cui veniva chiamata nell’antichità, la penisola di Magnisi). Queste genti, costrette a trasmigrare dai litorali ai monti, si dovettero adattare nel nuovo insediamento ad un sistema di vita estremamente duro. Successivamente essi furono sconfitti, e quindi cacciati dall’avanzare delle popolazioni Sicule. L’assetto organizzativo venutosi a creare ad opera dei Siculi nel XIII sec. a.C. venne mantenuto sostanzialmente intatto sino all’epoca della colonizzazione greca, avvenuta nel sec. VIII a.C., probabilmente a causa dello stato di permanente insicurezza ed ostilità che fece pressione sulla regione per oltre cinque secoli. Pantalica sorge su uno sperone di montagna quasi completamente isolato dagli antistanti altopiani dalle gole profonde dell’Anapo e dei torrenti Sperone e Calcinara, che nel corso dei secoli hanno inciso il massiccio ibleo formando i burroni e le vallate profonde e impervie che fanno di questo sito una vera fortezza naturale. La collocazione storica di questo sito rimane alquanto incerta, come pure l’origine del suo nome. Lo storico Tommaso Fazello, in Historia di Sicilia (1558) identifica Pantalica con le vestigia dell’antica Herbessus, insediamento siculo fiorito in età greca richiamato dalle fonti classiche, che Tolomeo pone tra Neetum (l’odierna Noto Antica) e Leontinoi (zona archeologica tra i comuni di Carlentini e Lentini). A questa ipotesi aderisce in un primo momento anche l’archeologo Paolo Orsi, ma si ricrede successivamente a causa del mancato ritrovamento nel sito di consistenti reperti greci che ne avrebbero suffragato la veridicità. Tra le numerose ipotesi fatte, la più accreditata presso gli archeologi moderni (Luigi Bernabò Brea, Sebastiano Tusa e altri) è la ricostruzione fatta dall’archeologo francese François Villard. Pantalica corrisponderebbe a quella leggendaria Hybla, il cui ultimo re, Hyblon, cedette ai Megaresi di Lamis quel lembo del suo territorio in cui essi fondarono Megara Hyblaea (sito archeologico nei pressi di Augusta), in cambio, forse, del loro aiuto contro la nuova potente colonia calcidese di Leontinoi. Numerose anche le ipotesi intorno al nome “Pantalica”: Pantegra, Pentarga, Buntarigah, Panteria, Pantales o Pantalan’ache,. è di probabile origine. Qualcuno lo fa risalire al periodo greco e lo collega al nome “Pentalite” (Penta-lida), con cui si indicavano “luoghi con cinque pietre confinarie e con carattere sacro”, termine usato per designare siti che avevano cessato la funzione di “polis”, cioè di comunità. Per i greci la zona sarebbe divenuta una pentalita, un luogo, non più abitato, simbolico da rispettare, cioè con carattere sacro. Mentre in alcuni documenti medievali l’antico centro appare con il nome di “Pantargo” o “Pantagra”, sempre per il Fazello il termine greco Pantalica significa “grotte, spelonche o cavità”. Molti studiosi invece concordano sull’origine bizantina del nome, senza tuttavia essere riusciti a chiarirne il significato. La più vecchia menzione del nome, così come noi lo conosciamo risalirebbe alle antiche cronache riguardanti il martirio di Santa Sofia che citano “et in urbe Pantalicam pervenit”. Lo storico Gaetani riprende queste notizie nel 1657 direttamente dagli atti del martirio di Santa Sofia, la cui fonte si riterrebbe contemporanea all’evento (III sec. d.C.); certa invece è la sua notorietà qualche secolo dopo, durante il periodo bizantino appunto. La mitica Hybla riuscì a prosperare ancora per vari decenni dopo la colonizzazione greca della costa, tuttavia lo scontro con Siracusa, che cercava di espandersi nell’entroterra, dovette esserle fatale, nonostante la sua posizione strategica. Si pensa infatti che sia stata distrutta dai Siracusani poco prima della fondazione di Akrai, avvenuta nel 664 a.C. 1.2.2 Le fasi della civiltà di Pantalica Pantalica dovette essere un sito molto popolato, secondo quanto testimoniano le innumerevoli celle sepolcrali scavate nelle ampie e precipiti balze rocciose che la circondano. Per tutto il periodo della civiltà di Pantalica (XIII-VIII sec. a.C.), il tipo della tomba rimane il medesimo delle età precedenti, quello della grotticella artificiale con cameretta a forma di forno scavata nella roccia. Tuttavia, dalle fogge e dallo stile decorativo delle suppellettili funerarie rinvenute al loro interno, Luigi Bernabò Brea, sulla scorta della periodizzazione operata precedentemente da Paolo Orsi, individua quattro differenti stadi nello sviluppo della cultura sicula di Pantalica. Secondo Bernabò Brea, la fase più antica (Pantalica I: 1250 - 1050 a.C.) sarebbe quella offertaci dalla grandiosa e scenografica necropoli Nord (1500 tombe), dalla necropoli Nord-Ovest e da un nucleo della necropoli Sud. Siamo nella fase del bronzo recente. La civiltà di Pantalica particolarmente permeata dall’influenza del mondo egeo, con cui il nuovo stato montano degli Iblei ha ripreso i contatti commerciali precedentemente interrotti con l’avvento degli invasori italici, è caratterizzata da una ceramica rossa particolarmente lucida, da fibule ad arco di violino e ad arco semplice che sono i fossili guida (permette di individuare con una certa precisione un periodo archeologico) di questa fase). Pantalica è nel suo periodo più florido, tanto da riuscire ad imporre la sua potenza e la sua cultura su tutto il territorio. Nella seconda fase (Pantalica II o di Cassibile: 1050 - 850 a.C.), al commercio miceneo si è ormai sostituito quello fenicio, e si denota il rapido e rigoglioso sviluppo dell’insediamento di Cassibile: si è arrivati nel bronzo finale. Pantalica, a giudicare dall’esiguità delle testimonianze (appena tre corredi tombali e pochi altri frammenti), sembra conoscere improvvisamente un parziale abbandono per oltre un secolo e mezzo. Secondo alcuni studiosi a causa di uno spostamento in zone più sicure a causa dei mutati assetti politici, secondo altri a causa di un isolamento culturale e strategico volto a conseguire una sorta di sviluppo interno autonomo. La prima ipotesi risulta la meno credibile se si tiene conto della posizione del sito di Pantalica. Questo stadio si caratterizza per la ceramica piumata e per le fibule ad arco a gomito con ardiglione dritto. Nel terzo periodo (Pantalica III o Pantalica Sud: 850 - 730 a.C.), venuti meno i fattori politici che ne avevano causato l’eclissamento, Pantalica attraversa un nuovo periodo di splendore. Ne sono testimonianza le dense necropoli di Filiporto, della Cavetta, la massima parte della necropoli Sud, con estreme propaggini oltre il corso dell’Anapo, e la necropoli al di là del Calcinara. È la prima età del ferro. Sono ormai ampiamente diffusi i manufatti in ferro e già si avvertono i sintomi dell’influenza greca. La ceramica conserva lo stile precedente rinnovandola con nuove forme, mentre la fibula assume la forma ad arco serpeggiante. Pantalica sopravvive anche nei decenni successivi alla fondazione delle prime colonie greche. Ma in questa quarta fase (Pantalica IV o del Finocchio (sito archeologico ad Est di Noto Antica): 730-650 circa a.C.) la civiltà indigena viene ellenizzandosi ormai rapidamente, perdendo la propria identità. Si tratta della seconda età del ferro. Questa fase è scarsamente documentata a Pantalica. Pur mantenendo la stessa tipologia a grotticella, la cella funeraria diventa, in questo periodo, rettangolare con soffitto piano e viene deposto al suo interno un solo defunto, raramente ne sono stati rinvenuti due o tre. Benché in un primo momento conviva con la presenza delle colonie greche della costa, la civiltà sicula di Pantalica cade sotto i colpi dell’avanzata espansionistica della corinzia Siracusa, poco prima che fondi la sua prima subcolonia: Akrai. Della civiltà di Pantalica, ciò che è giunto fino a noi, oltre alle necropoli sparse lungo la valle, sono le rovine di una grandiosa costruzione in blocchi poligonali, ritenuta la residenza di un principe locale (in lingua greca “principe” si dice anax), risalente alla prima fase di vita della città, da cui il nome di anaktoron (dato da Paolo Orsi). Dell’antico abitato non rimane alcuna traccia, probabilmente perché costituito da agglomerati di capanne in materiale deperibile come pietrame e terra o legname. Per la sua unicità nel panorama della Sicilia protostorica, quest’edificio, in gran parte di struttura megalitica (costruzione formata da grandi blocchi di pietra infissi nel suolo e sovrapposti), venne dallo stesso Paolo Orsi fondatamente attribuito a maestranze micenee al servizio del principe barbaro. Orsi trovò tracce di una fonderia, segno del diritto del monarca sulla produzione di manufatti in metallo. Recentemente, in prossimità dell’anàktoron sono stati messi in luce i resti di antiche strutture monumentali, che suggeriscono l’idea di un’acropoli fortificata in cui il palazzo si inseriva come elemento portante. Si tratta, infatti, di tre cinte murarie, l’una, munita di torre aggettante (che si protende in avanti), congiunta ai due lati maggiori del palazzo che si sviluppa lungo i margini del pianoro, le altre due erette a sbarramento del pendio sottostante, come terrazzamento. Questo tipo di struttura fa ritenere che i quartieri più popolosi dell’insediamento fossero dislocati lungo le terrazze meridionali, in lieve pendio e quindi riparate dai venti freddi di settentrione. Altra traccia di tale periodo sono appunto le 5000 necropoli, alcune delle quali trovate intatte dall’Orsi, i cui corredi funerari hanno permesso di scrivere la storia di questo popolo. 1.2.3 Dal periodo greco ai villaggi bizantini Dubbio è il fatto che Pantalica fosse abitata durante il periodo greco, poche sono stati i ritrovamenti di materiale di manifattura greca. Se fu abitata, lo fu da poche persone o per poco tempo. Non è sufficientemente avvalorante la presenza di un fossato difensivo, ritenuto di epoca greca, costruito a sbarramento dell’unico punto vulnerabile del sito: la sella di Filiporto, detta anche la Porta di Pantalica. Il fossato venne rinforzato dalla costruzione di un muro di cui rimangono solo alcuni blocchi. Altra impronta della presenza greca nell’area si può rinvenire nella valle dell’Anapo, in contrada “Fusco”. Qui è il punto di presa del canale Galermi, un lungo acquedotto costruito in ampi tratti entro gallerie scavate nella roccia, che convogliava le acque del fiume fino alla vasca di distribuzione di Siracusa. La sua costruzione si fa risalire all’epoca della tirannide di Gelone, che pare abbia impiegato come manodopera anche i Cartaginesi sconfitti nella battaglia di Imera nel 480 a.C. Per la sua vitale importanza, nel 413 a.C. venne distrutto dalle truppe ateniesi che assediavano Siracusa, venne ripristinato soltanto nel 1576 dal barone Pietro Gaetani. Servì da approvvigionamento idrico alla città di Siracusa fino ai primi del secolo, oggi non ha più tale funzione tuttavia è ancora utilizzato per fini irrigui. Pochissimi indizi si hanno anche riguardo all’epoca romana, le uniche notizie ruotano intorno alla leggenda di Santa Sofia, patrona di Sortino. Si narra, infatti, che la vergine Sofia, fuggita alle ire del padre, venne in Sicilia a predicare la fede cristiana. Prese dimora in una grotta situata fra Pantalica e Sortino, dove la gente accorre richiamata anche dai miracoli operati dalla Santa. Giunta voce a Marziale, governatore del luogo, viene da questi arrestata e rimandata a Bisanzio (antico nome della città di Costantinopoli) dove venne fatta decapitare dal padre. Ridotta probabilmente a borgata agricola per tutto il periodo greco-romano, il promontorio di Pantalica torna nuovamente ad essere abitato nel corso dei millenni quando si ripresentano le condizioni di grave pericolo: quando, cioè, le popolazioni bizantine del IX sec. d.C. cercano rifugio dalle continue e devastanti incursioni degli Arabi nelle coste siciliane. A testimonianza della presenza bizantina a Pantalica si rinvengono quattro gruppi di abitazioni rupestri (fianco meridionale della sella di Filiporto, pendio meridionale del pianoro, presso la Cavetta e presso il fianco Nord), formate da cameroni di ampiezza diversa ricavati nella roccia calcarea. Si tratta di adattamenti ed ampliamenti di caverne già esistenti o di alcune grotticelle sepolcrali facilmente accessibili; mentre pochi sono gli edifici protostorici (anàktoron, fortificazioni di Filiporto, ecc.) sfruttati come abitazioni. Una fitta rete di viottoli e scalette, spesso intagliati nella roccia, faceva da collegamento fra i vari nuclei abitati, vere e proprie parrocchie con cura d’anime. A questi quattro villaggi infatti fanno capo i minuscoli, suggestivi oratori di San Micidario, San Nicolicchio e del Crocifisso, pur essi rupestri, sulle cui pareti si intravedono residui di figurazioni dipinte. Esse rappresentano i santi, poiché queste strutture costituivano per le tre comunità i luoghi di ritrovo in cui espletare in comune le funzioni religiose e sono considerate tali tutt’ora. Si possono facilmente individuare a motivo delle grate poste ai loro ingressi al fine di impedire l’ulteriore danneggiamento delle pitture. 1.2.4 Dal periodo feudale ai giorni nostri Nessuna notizia si ha riguardo ad una fase araba di Pantalica. Nel 1154, lo storico arabo Edrisi ne parla con nome di Buntarigah (che in arabo significa “grotte”) e chiama il “fiume di Pantalica” Nahr Buntarigah. Altre notizie si hanno in occasione della numerazione della popolazione del Regno di Sicilia. Il Codice Arabo dell’anno 885 di Maometto riporta che nella città di Erbesso vi erano 4441 abitanti tra cristiani e mussulmani. Alcuni teorizzano una convivenza, seppure forzata, tra cristiani e mussulmani; altri ipotizzano una dispersione dei cristiani nel territorio circostante, che spiegherebbe la formazione del nuovo agglomerato urbano di Sortino. Agli inizi del secolo XI, in Sicilia avvenne la conquista dei Normanni, ma questi non erano un popolo numeroso e dovevano accattivarsi le simpatie del popolo locale. Gli Arabi continuavano ad abitare il castello di “Pentargia”, come riferisce Fra Malaterra, cronista ufficiale dei Normanni, nel 1092, unica fonte pervenutaci. Notizie più dettagliate si hanno con l’arrivo della famiglia Gaetani a Sortino nel 1477: il territorio di Pantalica, insieme a quello di Fiumara di Sotto, venne concesso al Barone Pietro Gaetani nel 1580 affinché vi apportasse delle bonifiche. Il territorio di Pantalica venne recintato con mura e coltivato, e le grotte adibite a fabbriche di salnitro, mentre vi furono impiantati tre mulini di farina e tre di polvere da sparo in contrada Fusco. In questo stesso periodo viene anche bonificato l’acquedotto Galermi. Successivamente Pantalica ricadde nei feudi dei marchesi Specchi e, in seguito a vicende ereditarie, venne divise fra questi ed i baroni Francica Nava. Con la riforma agraria del 1950, il feudo di Giambra, comprendente la vallata e rimasto agli Specchi, venne frazionato in piccoli lotti. Nel 1957, defunta senza lasciare eredi la contessa Giulia Verzaglia, avente causa dei Francica Nava, il fondo di Pantalica, rimasto eredità giacente, passò in proprietà allo Stato. L’inaccessibilità, che ne aveva fatto un sito ideale nel passato, insieme alla povertà del suolo prevalentemente roccioso, ha fatto in modo che venisse rispettata nel corso dei secoli la vocazione a pascolo stagionale e boschi cedui della zona, mantenendone immutati i caratteri vegetazionali e morfologici fino alla nostra epoca. In un recente passato era uso locale utilizzare come ricovero per gli animali anche le grotte carsiche e i cameroni rupestri del periodo bizantino, eccone quindi spiegato il deterioramento delle raffigurazioni. Testimonianza del periodo feudo-baronale è la grande masseria Specchi, con i vari locali (“mannira” per gli ovini, “stadda” per gli equini, “stadduni” per alloggiare calessi, carrozze e finimenti vari, “lugghiuni” per i bovini e “mpinnata”, locale con tetto spiovente usato come magazzino o abitazione) disposti attorno ad un cortile (“bagghiu”) tutt’ora ben conservati, che può essere visitata dietro autorizzazione dell’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Siracusa. Il 19 luglio 1915 venne inaugurata, limitatamente al tronco che da Siracusa arrivava fino a Solarino, la ferrovia a scartamento ridotto Siracusa-Ragusa-Vizzini, che venne completata e attivata interamente al servizio solo il 26 luglio 1923. Tale ferrovia attraversava tutta la valle dell’Anapo, costeggiando il promontorio di Pantalica. Il 4 maggio 1933 il re Vittorio Emanuele III giunse a Siracusa e, approfittando dell’occasione volle visitare la Necropoli, per raggiungere la quale si servì del trenino fino alla stazione di Pantalica, da dove proseguì poi in groppa ad un mulo. Durante la Seconda Guerra Mondiale la linea ferroviaria fu requisita dalle truppe alleate che la utilizzarono per il trasporto di materiali e uomini fino alla roccaforte di Palazzolo Acreide. Disattivata, nel suo ultimo tratto Palazzolo-Siracusa, il 30 giugno 1956, i binari furono smontati e portati via, rimase il lungo sentiero bianco, acquistato successivamente dalla provincia, da cui si ricavò la carraia che ancora oggi attraversa le gole. Durante gli anni successivi parecchi scempi furono perpetrati ai danni della valle, tra gli altri citiamo il caso di un vecchio deposito delle ferrovie trasformato in pizzeria (di cui si riesce ancora a scorgere qualcosa) e il letto del fiume adibito a discoteca all’aperto con la creazione di uno rotonda. Da citare anche la pesca abusiva attuata mediante veleni che venivano immessi nelle acque del fiume o l’asportazione di uova di specie rare di uccelli per collezionismo attuate da gente priva di scrupoli. Nel 1980 l’area viene ritenuta tra quelle di interesse naturalistico e la legge ne fornisce gli strumenti per la demanializzazione. Nel 1981 arriva la legge in materia di parchi e riserve e il Corpo Forestale procede alla demanializzazione dell’area allo scopo di una sua primitiva tutela e di un possibile suo rilancio. A causa dell’elevato numero di particelle e delle numerose traversie burocratiche la disponibilità dell’area si è avuta solo nel 1988. Nell’attesa di una regolamentazione giuridica come riserva, l’Ispettorato Forestale ne ha curato la gestione come se già lo fosse. Oggi la zona ha ottenuto lo status giuridico di riserva naturale orientata e l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Siracusa ne ha ottenuto la gestione. La riserva viene vigilata giorno e notte attraverso i due ingressi lungo il tracciato della ex-ferrovia e mediante controlli lungo tutta la valle. I turisti possono visitarla a piedi. In passato era possibile utilizzare dei pulmini messi a disposizione dalla Forestale di Siracusa ed organizzare escursioni in carrozze trainate da cavalli, previa richiesta all’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Siracusa, ma attualmente tali servizi sono stati soppressi per motivi di sicurezza. È tuttora possibile invece usufruire del servizio gratuito di guida naturalistica che l’Ispettorato mette a disposizione. Giuseppe Mazzarella |
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