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La riserva naturale orientata di “Pantalica-Valle dell’Anapo e torrente Cava Grande”          pag 1 2

Il sito di Pantalica non è solo una riserva naturalistica, ma conserva al suo interno anche testimonianze di civiltà paleolitiche. Nel campo archeologico Pantalica rappresenta uno dei primi, nonché il più grande centro abitato della tarda età del bronzo nella Sicilia orientale, di cui rimane la più grande e spettacolare necropoli rupestre (circa 5000 tombe scavate nella roccia).

Si tratta di una civiltà così imponente e vasta da avere dato il nome a tutta la facies e sorge su uno sperone di montagna quasi completamente isolato dagli antistanti altopiani dalle gole profonde dell’Anapo e dei torrenti Sperone e Calcinara, che nel corso dei secoli hanno inciso il massiccio ibleo formando i burroni e le vallate profonde e impervie che fanno di questo sito una vera fortezza naturale.

Testimonianza della presenza bizantina a Pantalica sono quattro gruppi di abitazioni rupestri, formate da cameroni di ampiezza diversa ricavati nella roccia calcarea, adattamenti ed ampliamenti di caverne già esistenti o di alcune grotticelle sepolcrali facilmente accessibili, a cui fanno capo gli oratori di San Micidario, San Nicolicchio e del Crocifisso. Nel 1980 l’area viene ritenuta tra quelle di interesse naturalistico e la legge ne fornisce gli strumenti per la demanializzazione.

 Nel 1981 arriva la legge in materia di parchi e riserve e il Corpo Forestale procede alla demanializzazione dell’area allo scopo di una sua primitiva tutela e di un possibile suo rilancio. Ha ottenuto lo status giuridico di riserva naturale orientata solo nel 1997 l’atteso status è arrivato solo nel 1997 con il Decreto Assessoriale del Territorio e Ambiente 25 luglio 1997 n. 482, “Istituzione della riserva naturale Pantalica, Valle dell’Anapo e Torrente Cava Grande, ricadente nel territorio dei comuni di Sortino, Ferla, Cassaro, Buscemi e Palazzolo Acreide”, allo scopo di tutelare le associazioni vegetali della “platanetalia orientalis e le biocenosi igrofile”, nonché “una trota di incerta attribuzione tassonomica presente nelle acque del torrente Cava Grande”.

 La gestione è stata affidata all’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Siracusa. La vegetazione che caratterizza la valle non ha subito grandi sconvolgimenti, anzi in molti punti sembra addirittura intatta o comunque ben conservata, vi si riscontrano quattro fasce vegetazionali. I plataneti occupano il fondovalle, mentre le leccete hanno colonizzato ampi tratti delle pendici, abbiamo poi la macchia a gariga bassa ed i pascoli xerofili nelle altre zone. Sul greto limo-ciottoloso del fiume Anapo si ritrovano delle buone formazioni di una sottospecie del platano orientale (Platanus orientalis australis) che occupano in media una striscia di 10-15 m. La lussureggiante e varia vegetazione igrofila ripare a salice (Salix pedicellata), pioppo bianco (Populus alba), pioppo nero (Populus nigra), orniello (Fraxinus ornus rotundifolia) si frammischia a rovi (Rubus fructicosus), felci (Dryopteris filix-mas), equiseti (Equisetum telmateja) ed oleandri (Nerium oleander).

 Fra le pareti rocciose del fiume penzola la capelvenere (Adiantus capillus-veneris), intervallata da vitalba (Clematis vitalba), robbia selvatica (Rubia peregrina), edera (Edera helix), ecc. Altre specie presenti sono l’erba di San Giovanni caprina (Hipericum hircinum), l’ortica (Urtica dioica) e la tamerice gallica (Tamarix gallica). Lungo i margini dell’alveo fluviale troviamo la menta d’acqua (Mentha acquatica), il crescione (Nasturtium officinale), il carice (Carex pendula), il giaggiolo acquatico (Iris pseudacorus), la tifa (Tipha latifolia), ecc.

 Lungo i declivi troviamo la foresta sempreverde mediterranea a quercia (Quercus robur), leccio (Quercus ilex) e sughera (Quercus suber), che in ampi tratti cede il passo ad associazioni di oleastro (Olea oleaster) e carrubo (Ceratonia siliqua). Le leccete formano ancora un manto uniforme e compatto sulle pendici più favorevoli. Qui la specie più diffusa è appunto il leccio (Quercus ilex), a cui si associano la roverella (Quercus pubescens), il terebinto (Pistacia terebintus), l’alaterno (Rhamnus alaternus) e la filirea (Phillyrea angustifolia e latifolia). Nel fitto groviglio di arbusti e liane che costituiscono il sottobosco ritroviamo il biancospino (Crataegus monogyna), la ginestrella (Osyrys alba), il pungitopo (Ruscus aculeatus), lo stracciabraghe (Smilax aspera) e la rosa di S. Giovanni (Rosa sempervirens), ma anche la scutellaria (Scutellaria rubicunda linneana) endemica dell’Italia meridionale e della Sicilia, e l’aristolochia (Aristolochia longa microphylla) endemica della Sicilia sud-orientale. Altro endemismo del sottobosco del leccio è l’endemica ortica rupestre (Urtica rupestris), specie relitta della flora del Terziario.

 Dove le leccete cominciano a degradare si insediano delle associazioni arbustive le cui principali specie sono: l’euforbia arborea (Euphorbia dendroides), l’oleastro (Olea oleaster), la ginestra spinosa (Calicotome spinosa) con le sue fioriture gialle dal fragrante profumo, il terebinto (Pistacia terebintus), il lentico (Pistacia lentiscus) e l’alaterno (Adiantus alaternus). Elementi caratteristici di questa macchia sono la salvia (Salvia triloba), il salvione (Phlomis fruticosa), la ferula (Ferula communis) ed una specie di elicriso (helichrysum scadens) endemica degli Iblei.

 Col successivo impoverimento del suolo si fa spazio una gariga bassa i cui elementi dominanti sono i cespugli sparsi di spinaporci (Sarcopoterium spinosum) e del profumatissimo timo (Thymus capitatus), dove le api vanno a fare bottino di nettare. L’apicoltore ne ricava un tipo di miele dal sapore un po’ pungente, particolarmente indicato per curare il mal di gola.

 Lungo i prati o fra le rocce non è difficile imbattersi in un’altra pianta aromatica qui molto diffusa e utilizzata anche in cucina, la nepetella (Calamintha nepeta) dall’odore forte e penetrante. Nel sortinese viene impiegata particolarmente nella preparazione di un dolce tipico chiamato ‘nfigghiulata. Sui pianori e nei versanti dove il substrato diventa sottile hanno carattere dominate asfodeli (Asphodelus microcarpus) e ampelodesme (Ampelodesmos mauritanicus), mentre i capperi (Capparis spinosa) abbelliscono le nude rupi con i loro fiori dai petali bianchi e rosati e dai lunghi e numerosi stami che ricordano l’esplosione dei fuochi pirotecnici. Sempre fra le rocce incontriamo l’asplenio (Asplenium trichonomas), un genere di felce dialettalmente detta “spaccapetri”e il diffusissimo fico d’India (Opuntia ficus indica).

 Un’altra pianta grassa, come il simbolo arboreo della regione Sicilia, è diffusamente presente: l’agave (Agave americana), dalle cui foglie si estraeva in passato una fibra resistente utilizzata per fare cordame. Ad inizi di primavera, queste aride praterie si ammantano d’innumerevoli fiorellini dai vivaci colori, fra cui fa timida comparsa anche l’ofride dorata (Ophrys lutea), un’elegante orchidea mediterranea, insieme ad altre orchidee selvatiche come la rara ed endemica ofride di Bianca (Ophrys biancae), ne sono state censite ben 59 specie. Anche il giaggiolo nano (Iris chamaeiris) con i suoi fiori violacei striati di giallo popola i prati primaverili, insieme ad altre specie di iris selvatici e agli anemoni (Anemone hortensis).

 I prati infestati da calendula (Calendula suffruticosa) si colorano di arancione, qua e là spezzato dal rosso del papavero o rosolaccio (Papaver rohas). Difficile da scorgere invece per le sue ridottissime dimensioni è il centocchio di Monello (Anagallis monellii). Particolarmente vistoso per le sue grandi infiorescenze spiciformi è l’acanto (Acanthus mollis), le cui ampie foglie basali hanno ispirato i motivi ornamentali classici del capitello corinzio.

 Nelle acque dell’Anapo nuotano tra gli altri le anguille (Anguilla anguilla), le carpe (Cyprinus carpio), le tinche (Tinca tinca), le trote (Salmo trutta) e i granchi di fiume (Telphusa fluviatilis),. Sempre nelle acque del fiume si può scorgere nuotare, alla ricerca di carpe, tinche e trote di cui si nutre, la natrice o biscia dal collare (Natrix natrix lanzai) dalle squame chiare, chiamata in dialetto «ìsina» o «vìsina» a seconda delle zone. Un’altra varietà di questo colubro, che si caratterizza per il melanismo delle sue squame scure (Natrix natrix nigra), si nutre invece principalmente di topi e rospi ed è chiamata in dialetto «culòfia» o «culòriva». Abbiamo poi l’innocuo biacco (Coluber viridiflavus carbonarius) che predilige le zone rocciose e desertiche, in siciliano detto «scursuni», la velenosa vipera (Vipera aspis hugyi), riconoscibile dalla testa triangolare e dalla breve coda, tanto da sembrare come tagliata, il cervone (Elaphe quatorlineata), il colubro leopardino (Elaphe situla leopardina), noto col nome dialettale di «scursuni (a)ranatu», a motivo delle vistose macchie marroni che porta sul corpo, il colubro liscio (Coronella austriaca) e il gongilo (Chalcides ocellatus), detto in siciliano «tiraciatu» o anche «lucirtuluni ri terra», che trova rifugio sotto la terra o sotto i sassi.

Il gruppo degli anfibi comprende varie specie: la rana comune o verde (Rana esculenta), la rana agile o dalmatina (Rana dalmatina), la raganella (Hyla arborea), il rospo comune (Bufo bufo) detto «buffa», il rospo verde o smeraldino (Bufo viridis) e il discoglosso dipinto (Discoglossus pictus).

 Il rettile in cui ci s’imbatte con una certa facilità è la comunissima lucertola dei muri (Podarcis muralis) oppure la lucertola sicula (Podarcis sicula) che si distingue dalla prima per l’assenza di macchioline nere sul dorso e per la presenza invece di striature bianche. Altri sauri sono il ramarro (Lacerta viridis chloronata), simile alla comune lucertola, si caratterizza per le maggiori dimensioni, il comunissimo geco (Tarentola mauritanica). L’insetto più diffuso in riva al fiume, ma anche il primo che salta all’occhio è la libellula nera (Calopterix virgo) endemica dei luoghi, accompagnate anche dalle altre libellule colorate, dal corpo rosso, verde o azzurro e dalle diverse dimensioni.

Fra i lepidotteri, cioè le comunissime farfalle, si possono incontrare: il macaone (Papilio machaon), il podalirio (Iphiclides podalirius), la mimetica cleopatra (Gonepteryx cleopatra cleopatra), la vanessa atalanta o vanessa vulcano (Vanessa atalanta), la vanessa del cardo (Cynthia cardui) e le piccole “azzurrine” (Lycaena bellargus) così chiamate per via del loro colore ceruleo. Sempre tra gli insetti possiamo osservare il metallico Carabo morbilloso (Carabus sp.); la crisomela del pioppo (Melosoma populi), uno dei crisomelidi più grossi presenti nelle nostre regioni, generalmente di colore verde-bronzeo, talvolta blu-nero, con elitre rosse; la viridissima Cantaride (Lytta vesicatoria); il rosso-nero tricode delle api (Trichodes alvearius) che conduce esistenza pacifica sui fiori, ma la sua larva è una temibile predatrice che danneggia i nidi delle api domestiche (Apis mellifera) divorandone le uova ; la Cavalletta verde (Tettigonia viridissima) e lo Scarabeo sacro (Scarabaeus sacer).

 Si segnala inoltre un coleottero di colore azzurro appartenente alla famiglia dei crisomelidi, il Chrysochroa collucens che si ciba di timo e nepitella e la comunissima cetonia (Cetonia aurata), della famiglia scarabeidi, per le sue elitre verdi con riflessi metallici, che vive specialmente sulle rose. Fra i mammiferi si afferma la presenza di donnole (Mustela nivalis), istrici (Hystrix cristata), martore (Martes martes), ricci (Erinaceus europaeus), lepri (Lepus europaeus), conigli selvatici (Oryctolagus cuniculus) e volpi (Vulpes vulpes). Fra i micromammiferi, troviamo il mustiolo (Suncus etruscus) e la crocidura rossa (Crocidura russula), l’arvicola di Savi (Pitymys savii), il topo selvatico (Apodemus sylvaticus) e il simpatico quercino (Eliomys quercinus).

 Fra i mammiferi notturni e volanti vi sono i pipistrelli appartenenti al gruppo dei vespertilionidi, in particolare le specie Myotis myotis e Minopterus schreibersii, e alla famiglia dei rinolofidi con le specie Rhinolophus mehelyi e Rhinolophus ferrum equinum, quest’ultimo noto con il nome di “ferro di cavallo”. I rari Vespertili di Natterer e di Bechstein si caratterizzano invece per la peculiarità di trascorrere il loro riposo diurno nelle buche degli alberi. Le principali specie di rapaci di cui si ha notizia sono la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus) e il falco pellegrino (Falco peregrinus). In declino appare la presenza del corvo imperiale (Corvus corax), mentre assiolo (Otus scops), civetta (Athena noctua) e allocco (Strix aluco) fanno parte dei predatori notturni. Il multivocale usignolo (Luscinia megarhynchos), in siciliano «tricignolu», col suo canto melodioso, insieme alla gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), all’usignolo di fiume (Cettia cetti) e al merlo acqualiolo (Ciclus cinclus meridionalis), che nidifica dentro le piccole cascate, sono tra le specie che popolano il sottobosco lungo il corso del fiume.

 Il rigogolo (Oriolus oriolus) invece nidifica sui rami dei platani. Nella fascia vegetazionale riparia si trovano il minuscolo scricciolo (Troglodytes troglodytes), la ballerina gialla (Motacilla cinerea), la ballerina bianca (Motacilla alba), l’averla capirossa (Lanius senator), il saltimpalo (Saxicola torquata rubicola), l’occhiotto (Sylva melanocephala) e la gazza (Pica pica), i cardellini (Carduelis carduelis). Nascosti fra leccete e ripilsive è possibile ascoltare il rampichino (Certhia brachydactyla), il merlo (Turdus merula), la ghiandaia (Garrulus glandarius), la cinciarella (Parus caeruleus), la cinciallegra (Parus major) e il raro codibugnolo di Sicilia (Aegithalos caudatus siculus), altre specie la coturnice sicula (Alectoris graeca witacheri) e il passero solitario (Monticola solitarius).                                                       Giuseppe Mazzarella

                                                                              

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