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                                             Strage di portella della ginestra

                           

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Federico svevia
 
 

 

In Italia, con la proclamazione ( della Repubblica, il primo maggio assume una veste nuova e, per certi aspetti, ritorna alle origini, rifacendosi ai modelli del prefascismo dice lo storico Aleco Riosa .C'e una tradizione di esperienze operaie, socialiste, di cultura operaia che si è conservata sotto la cenere e sedimentata durante il ventennio fascista, ma non è stata spenta e riemerge appena è possibile. D'altra parte, c'e una certa continuità ad avversare questa data. Negli ambienti più retrivi e nelle zone più arretrate del paese, dove esiste il latifondismo agrario, la reazione è violenta e spinge nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano a sparare sulla folla riunita a Portella della Ginestra, dove venne perpetrato un feroce eccidio>> , la prima strage — ancora oggi per tanti versi non chiarita — della storia della repubblica.

E non è chiarita anche se al processo di Viterbo vennero comminati diversi ergastoli a luogotenenti di Giuliano. Nella strage vennero massacrati con fucili, mitra e granate, 11 cittadini, fra cui due bambini, 27 rimasero feriti. Ma all'elenco dei morti si dovrà aggiungere quello di Emanuele Busellini, un campiere della zona <<colpevole>> di aver visto in faccia i killer: lo stesso giorno fu sequestrato, ucciso e buttato in fondo a un pozzo profondo 80 metri.

Quella strage fu ordinata alla banda Giuliano, come si direbbe oggi, per destabilizzare politicamente il paese. Fu insomma il primo episodio di stragismo politico (molti altri episodi di terrorismo si sono poi verificati nella storia della nostra Repubblica, senza che la verità sia mai stata completamente fatta: da piazza Fontana a Milano, a piazza della Loggia a Brescia, all' Italicus, alla stazione di Bologna e cosi via). Quella di Portella della Ginestra costituisce, dunque, la prima ferita inflitta alla giovane Repubblica italiana perchè innescò una crisi politica che divise profondamente il Paese: il giorno dopo la strage venne proclamato uno sciopero generale della Cgil,

ancora unitaria ma già lacerata dalla scissione, che doveva portare a distanza di poco tempo alla formazione della Cisl e successivamente della Uil. Dieci giorni dopo Alcide De Gasperi si dimise e diede vita a un governo che sanciva la fine dell'unità nazionale, con la pratica espulsione dei partiti della sinistra.

Con la strage di Portella venne attuato a freddo un disegno politico destabilizzante che tendeva a colpire l'unità nazionale. E ci riuscì. Gli storici paragonano quel disegno a un altro più recente nella storia della Repubblica (l'assassinio del presidente della Dc, Aldo Moro) perchè identico era l'obiettivo: destabilizzare e impedire la formazione di una maggioranza col Pci. De Gasperi si era recato da poco negli Stati Uniti ed era deciso a formare un governo senza comunisti e socialisti: Portella della Ginestra contribuì a realizzare quell'obiettivo, deciso quasi certamente a Washington e rappresentava una condizione essenziale per poter ottenere gli aiuti del piano Marshall.

In quest'ottica si può affermare che la strage di Portella costituì anche l'inizio della guerra fredda italiana: la sinistra si coalizzò contro la Dc che cercava di accreditare — soprattutto per iniziativa del ministro dell'Interno, Mario Scelba — la tesi che la strage di Portella era stato solo un episodio di banditismo. Una tesi fatta propria dalla Corte d'Assise di Viterbo, preoccupatissima di non far emergere alcuna ispirazione politica a un fatto che doveva rimanere di cronaca nera. Si legge nella sentenza: <<La si disse maestra della vita, la storia: e nulla può insegnare la narrazione dei delitti della più varia natura commessi da Giuliano e dalla banda, delitti che vanno dalla rapina al sequestro di persona

a scopo di estorsione, all'omicidio, alla strage, senza che nessuna idealità, li abbia illuminati od anche rischiarati>>.In omaggio a quest'ottica particolare della storia i giudici di Viterbo, delegati per <<legittima suspicione>>, non fanno alcun riferimento al separatismo, all'indipendentismo, all'Evis, alle elezioni regionali svoltisi qualche giorno prima della strage e così via. Così come non fanno riferimento alle cosche mafiose e, ovviamente, alle forze politiche che hanno voluto la strage. E si aggiunge senza ritegno: <<Idee politiche il contadino di Montelepre non ebbe e non poteva avere, ignorante com'era>>.

In sostanza, i giudici hanno fatto di tutto per negare ogni più piccolo riferimento all'interesse politico nella strage. Ma che interesse avrebbero mai avuto dei banditi doc ad uccidere donne, bambini e contadini inermi senza averli neppure rapinati? Ovviamente, quest' interrogativo è rimasto senza risposta. 0 meglio una risposta l'ha data quel Gaspare Pisciotta che uccise il cugino Giuliano. Al processo infatti dichiarò imprudentemente: <<Noi servimmo con lealtà e disinteresse i separatisti, i monarchici, i democratici e tutti gli appartenenti a tali partiti che sono a Roma con cariche, mentre noi siamo stati scaricati in carcere>>. Pisciotta minacciò di rivelare tutta la verità al processo d'appello, ma non vi arriverà mai: venne fermato da un caffè alla stricnina.

L'anno successivo, il 18 aprile 1948, alle elezioni nazionali, il Blocco del popolo (la sinistra) subisce un arretramento, scendendo a 465 mila voti, mentre la Dc ne raccoglie oltre un milione. La destabilizzazione, in Sicilia e a Roma, avanza su tutti i piani: la guerra fredda fa progetti, con le scissioni sindacali e le svolte moderate.

 

                                                                                                     

                                                                                           Fatto storico 2

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